Al rientro, Cristina ha steso questa relazione:
RACCONTO
DI VIAGGIO SULLA MISSIONE IN ERITREA
18 - 27 NOVEMBRE 2003
di Cristina Mattiuzzo
Nove giorni e nove notti, per quanto intensi, non sono abbastanza
per conoscere un Paese straniero, non sono quasi nulla per conoscere
un Paese dell’Africa, ma l’impresa diventa davvero
ardua se si tratta di un minuscolo Paese che pur disteso sul Mar
Rosso, si trova completamente fuori dalle rotte turistiche e commerciali
del mondo.
Eppure, durante la breve missione organizzata da ASoC nel mese
di novembre, l’Eritrea è riuscita a lasciare un’impronta
nella visione che ho finora avuto dell’Africa e della cooperazione.
Prima di tutto, parliamo dell’Africa. Non sono molte le
immagini che prendono forma nella mia mente, appena cerco di ricordare
il paesaggio eritreo: ecco quello che “vedo”.
Vedo una strada sconnessa, delimitata da marciapiedi rotti, e
attorno pochi alberi e qualche giardino immersi in una nebbia
di polvere. Sotto il sole che picchia ma non brucia troppo, una
donna con gesti lenti e ampi, spazza i bordi delle strade con
ramoscelli secchi uniti in una semplice scopa. Impossibile stabilire
la sua età. Lei, la polvere, le rare auto che strombazzano
per ogni nonnulla, gli sguardi incuriositi di qualche altra donna
che apre la sua stanza-bottega di generi di ogni tipo, li incontro
ogni mattina mentre cammino verso la sede del sindacato eritreo.
Siamo ad Asmara, la capitale.
Vedo
bambine e bambini che corrono dappertutto, lungo la strada asfaltata
che da Asmara si arrotola nella tante curve che attraversano le
montagne rotonde dell’altipiano centrale. Sono bambine e
bambini con le divise scolastiche, rientrano o vanno a scuola,
sono comparsi quasi di colpo, così come la distesa di erba
dorata si è rivelata senza preavviso ai nostri occhi, lasciandosi
dietro le grandi costruzioni e le case in cemento della città.
E presto anche questa visione cambia: i bambini e le bambine non
hanno più la divisa, non corrono più, ma camminano
lentamente accanto a un mulo o a un gruppo di capre. Questi piccoli
pastori, che abbeverano i loro animali nei pozzi o nei minuscoli
stagni che costeggiano la strada, questi venditori di prodotti
d’artigianato tutti uguali, questi portatori di ceste sulla
testa, ci accompagnano per tutto il viaggio salutandoci con la
mano.
Vedo case dai tetti in foglie di palma, disposte a cerchio attorno
a un cortile centrale, che donne e bambini tengono accuratamente
pulito. Ogni area, delimitata da semplici recinti in legno, è
un clan.
Saliamo su una zona alta del paese, per godere la vista dall’alto
di questo insieme di capanne ai cui piedi si allarga serenamente
un fiume, largo e maestoso. Poco più in là, case
basse e quadrate si incastrano una sull’altra nel centro
“moderno” del paese.
Siamo a Barentu. Non ci si arriva su strade asfaltate, ma presto
una grande arteria attraverserà il paese, costeggerà
anche la missione di padre Thomas, e insieme all’ospedale
nuovo dovrebbe dare un tocco di progresso a questa cittadina devastata
dalla guerra.
Le persone in Eritrea sono premurose, gentili, ospitali. Lavano
le tazzine centinaia di volte, prima di versarci dentro il nostro
caffé; gettano secchiate d’acqua esorbitanti, prima
che io possa entrare nel “bagno per le signore”; sorridono;
si preoccupano che tu abbia mangiato a sufficienza; accompagnano
premurosamente una sconosciuta alla ricerca di un libro ad Asmara;
e in cambio, per tutto questo, non chiedono nulla. Ecco quello
che sento pensando a loro.
Sento
le dita eleganti e scure di una donna aggiustarmi la manica della
maglietta sopra la pelle nuda della mia spalla e la sua voce carezzevole
chiedermi preoccupata se ho davvero intenzione di camminare fino
al centro della città senza coprire il capo sotto un velo
per ripare i miei capelli neri dai focosi raggi solari.
Sento lo stupore indignato nella voce di un eritreo al quale
racconto come in Europa i prodotti agricoli vengono distrutti
per mantenere alto il loro prezzo sul mercato, mentre in Africa
la gente muore di fame.
Sento la pienezza della pianura arida del bassopiano, dove non
incontri anima viva per chilometri, e la distanza tra i radi villaggi
è riempita solo da cespugli e terra secca, prima gialla,
poi rossa, e improvvisamente, per alcuni brevi tratti, rigogliosa,
con acqua e giardini nascosti dietro grandi tenute che risalgono
all’epoca coloniale italiana.
Sento la riservatezza negli sguardi mansueti di gran parte della
gente, persino quando sono militari che controllano in posti di
blocco sulla strada per Barentu.
Sento la gioia inaspettata dei pochi vecchi che allo scoprirci
italiani si rivolgono a noi nella nostra lingua madre, senza alcun
rancore per un passato di cui io invece mi vergogno.
Sento tutta la fatica di un popolo che si è rialzato dalle
macerie di un dominio straniero asfissiante, e tutto lo sforzo
con il quale cerca di tenere in piedi simulacri di vita normale,
accettabile, nonostante pesi sopra la sua testa il macigno di
un potere assoluto che ora si nasconde tra le mura di casa propria.
La cooperazione
Dopo una prima nottata trascorsa nella stanza piena di fumo di
un albergo, il primo giorno di vita ad Asmara comincia con il
tran tran delle visite ufficiali: al ministero dell’agricoltura,
dove lasciamo una nostra foto ricordo formato squadra di calcio,
all’ambasciata italiana, e infine con il sindacato.
Poi ricomincia l’odissea dei nostri bagagli alla ricerca
di un posto dove fermarsi per qualche notte. Nel tragitto tra
una casa e l’altra, inizio a intravedere una parte del mondo
delle ong che cooperano in Eritrea. La prima reazione è
di rifiuto, nei confronti delle contraddizioni assurde di queste
realtà cooperanti.
Si può cooperare riproducendo quaggiù il proprio
piccolo personale mondo occidentale? E allo stesso tempo, che
male c’è nell’essere noi stessi, con le nostre
incoerenze e i nostri limiti culturali?
Forse il male è che i nostri limiti hanno delle conseguenze
verso un paese dove noi siamo gli ospiti, a meno che tutto questo
non faccia parte della multiculturalità verso cui si muovono
inevitabilmente sia nord che sud del mondo.
In mezzo a visite a questo e quel ministro, al governatore del
sub zoba, ai responsabili sanitari, il viaggio di tre giorni nel
Gash Barka è un vero toccasana. Lì possiamo vedere
e toccare con le nostre mani come i “progetti di cooperazione
allo sviluppo” si trasformino in cambiamenti concreti nelle
vite di singole persone umane, umane come noi, persone come noi.
Con tutte le difficoltà di continuare il proprio lavoro
quotidiano dentro situazioni politiche di tensione, conflitti
con chi vive dall’altra parte delle montagne, sull’altra
riva del fiume. E si scoprono anche gli inaspettati problemi di
comunicazione, di comprensione, tra un “noi” e un
“loro” che credevamo di aver già superato,
nel momento stesso in cui avevamo deciso di iniziare un rapporto
di cooperazione che si muove su binari diversi da quelle che sono
invece le relazioni commerciali degli “stati pseudo-neoliberisti”.
E invece no, ecco che le differenze culturali e i diversi sensi
che si attribuiscono alle espressioni linguistiche di una lingua,
l’inglese, per entrambi straniera, rifanno capolino nelle
relazioni.
Così si arriva a comprendere che dire esseri umani come
noi, o come loro, essere insomma tutti persone, significa anche
questo, ovvero avere limiti, deficit, imperfezioni, sia da una
parte che dall’altra. Ed è questo a renderci uguali,
insieme a tutto il resto.
Il ritorno
L’ultima notte trascorsa ad Asmara, la decima notte, quella
in cui non dormirò ma aspetterò semi sveglia che
mi vengano a prendere per andare all’aeroporto, cerco di
raccogliere tutto quello che di questa esperienza mi porterò
in Italia.
Un vecchio che parla italiano e fa il guardiano alla casa dei
gatti, i volti sorridenti dei bambini, gli occhi delle donne,
e insieme a tante diverse, inesprimibili emozioni, anche il desiderio
frustrato di parlare davvero con queste donne e questi bimbi,
custodi silenziosi di un mondo per me ancora troppo lontano e
inavvicinabile, che ho potuto solo scorgere a tratti nelle loro
labbra pazienti, nei loro volti impassibili, nella lentezza dei
loro gesti ancestrali. Di fronte ai tugul e i ai loro abitanti,
mi chiedo chi sono io e chi sono loro? E questa domanda resta
per ora senza risposta.
Me ne torno a casa con la sensazione che sia un peccato, aver
incontrato tante umanità frettolosamente, apparire e scomparire
così, senza potersi mettere in gioco, promettendo e vedendosi
promesso qualcosa di grandioso e poi squagliarsela nella notte
con il primo aereo...
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