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Missione in Eritrea di novembre 2003

Il resoconto di Cristina

Gian Pietro Testolin, responsabile per la cooperazione di ASoC e Cristina Mattiuzzo responsabile segreteria Italianats, martedì 18 novembre 2003 sono partiti per l'Eritrea.. Con loro hanno viaggiato due medici dell'Associazione Asvem (Associazione Medici Volontari) di Messina e il Sig. Ercolin (sottoscrittore ASoC), che ha contribuito in maniera importante alla realizzazione del progetto di Mircrocredito appena concluso.

La permanenza in Eritrea si è conclusa giovedì 27 novembre.

  • Con questa iniziativa ASoC si propone di Verificare i risultati di due progetti conclusi in questi mesi:
    • Il progetto di Microcredito per donne povere che è stato realizzato con il contributo della Regione Veneto e con la collaborazione del SMCP (Saving and Microcredit Program di Asmara) il cui direttore, sig. Menghestehab Aferworki, è stato nostro ospite sia nel 2002 sia nell'anno corrente in occasione del suo utimo viaggio per tenere delle lezioni all'Università di Padova.
    • Il progetto "Officina polivalente a Shinshimia", che abbiamo realizzato in collaborazione con l'Ong Overseas di Spilamberto/MO e con il finanziamento della Regione Emilia Romagna, seguendo le richieste che ci sono pervenute dal NCEW (National Confederation of Eritrean Workers)
  • Realizzare uno studio di fattibilità dei seguenti progetti:
    • Sviluppo Agricolo nel Gash Barka in collaborazione con il sindacato eritreo con il quale cooperiamo ormai da un decennio. Il progetto che si svillupperà congiuntamente a Overseas e ACS di Padova, avrà una durata triennale con finanziamenti del Ministero degli Affari Esteri italiano nell'ambito della Cooperazione Internazionale. Il progetto sarà integrato con un'iniziativa di Microcredito destinata al coinvolgimento di persone povere (soprattutto donne capofamiglia, ex soldati smobilitati, esuli rientrati) per lo sviluppo agricolo.
    • Intervento sanitario nel campo del recupero funzionale di persone coinvolte negli eventi bellici e post bellici (interventi di chirurgia plastica riabilitativa) e possibilmente anche in uno sviluppo di assistenza sanitaria di base, assolutamente carente in alcune zone dell'Eritrea. A Questo progetto si dedicheranno soprattutto i medici dell'Associazione Asvem di Messina.

Al rientro, Cristina ha steso questa relazione:

RACCONTO DI VIAGGIO SULLA MISSIONE IN ERITREA
18 - 27 NOVEMBRE 2003

di Cristina Mattiuzzo

Nove giorni e nove notti, per quanto intensi, non sono abbastanza per conoscere un Paese straniero, non sono quasi nulla per conoscere un Paese dell’Africa, ma l’impresa diventa davvero ardua se si tratta di un minuscolo Paese che pur disteso sul Mar Rosso, si trova completamente fuori dalle rotte turistiche e commerciali del mondo.
Eppure, durante la breve missione organizzata da ASoC nel mese di novembre, l’Eritrea è riuscita a lasciare un’impronta nella visione che ho finora avuto dell’Africa e della cooperazione.

Prima di tutto, parliamo dell’Africa. Non sono molte le immagini che prendono forma nella mia mente, appena cerco di ricordare il paesaggio eritreo: ecco quello che “vedo”.

Vedo una strada sconnessa, delimitata da marciapiedi rotti, e attorno pochi alberi e qualche giardino immersi in una nebbia di polvere. Sotto il sole che picchia ma non brucia troppo, una donna con gesti lenti e ampi, spazza i bordi delle strade con ramoscelli secchi uniti in una semplice scopa. Impossibile stabilire la sua età. Lei, la polvere, le rare auto che strombazzano per ogni nonnulla, gli sguardi incuriositi di qualche altra donna che apre la sua stanza-bottega di generi di ogni tipo, li incontro ogni mattina mentre cammino verso la sede del sindacato eritreo.
Siamo ad Asmara, la capitale.

Vedo bambine e bambini che corrono dappertutto, lungo la strada asfaltata che da Asmara si arrotola nella tante curve che attraversano le montagne rotonde dell’altipiano centrale. Sono bambine e bambini con le divise scolastiche, rientrano o vanno a scuola, sono comparsi quasi di colpo, così come la distesa di erba dorata si è rivelata senza preavviso ai nostri occhi, lasciandosi dietro le grandi costruzioni e le case in cemento della città. E presto anche questa visione cambia: i bambini e le bambine non hanno più la divisa, non corrono più, ma camminano lentamente accanto a un mulo o a un gruppo di capre. Questi piccoli pastori, che abbeverano i loro animali nei pozzi o nei minuscoli stagni che costeggiano la strada, questi venditori di prodotti d’artigianato tutti uguali, questi portatori di ceste sulla testa, ci accompagnano per tutto il viaggio salutandoci con la mano.

Vedo case dai tetti in foglie di palma, disposte a cerchio attorno a un cortile centrale, che donne e bambini tengono accuratamente pulito. Ogni area, delimitata da semplici recinti in legno, è un clan.
Saliamo su una zona alta del paese, per godere la vista dall’alto di questo insieme di capanne ai cui piedi si allarga serenamente un fiume, largo e maestoso. Poco più in là, case basse e quadrate si incastrano una sull’altra nel centro “moderno” del paese.
Siamo a Barentu. Non ci si arriva su strade asfaltate, ma presto una grande arteria attraverserà il paese, costeggerà anche la missione di padre Thomas, e insieme all’ospedale nuovo dovrebbe dare un tocco di progresso a questa cittadina devastata dalla guerra.

Le persone in Eritrea sono premurose, gentili, ospitali. Lavano le tazzine centinaia di volte, prima di versarci dentro il nostro caffé; gettano secchiate d’acqua esorbitanti, prima che io possa entrare nel “bagno per le signore”; sorridono; si preoccupano che tu abbia mangiato a sufficienza; accompagnano premurosamente una sconosciuta alla ricerca di un libro ad Asmara; e in cambio, per tutto questo, non chiedono nulla. Ecco quello che sento pensando a loro.

Sento le dita eleganti e scure di una donna aggiustarmi la manica della maglietta sopra la pelle nuda della mia spalla e la sua voce carezzevole chiedermi preoccupata se ho davvero intenzione di camminare fino al centro della città senza coprire il capo sotto un velo per ripare i miei capelli neri dai focosi raggi solari.

Sento lo stupore indignato nella voce di un eritreo al quale racconto come in Europa i prodotti agricoli vengono distrutti per mantenere alto il loro prezzo sul mercato, mentre in Africa la gente muore di fame.

Sento la pienezza della pianura arida del bassopiano, dove non incontri anima viva per chilometri, e la distanza tra i radi villaggi è riempita solo da cespugli e terra secca, prima gialla, poi rossa, e improvvisamente, per alcuni brevi tratti, rigogliosa, con acqua e giardini nascosti dietro grandi tenute che risalgono all’epoca coloniale italiana.

Sento la riservatezza negli sguardi mansueti di gran parte della gente, persino quando sono militari che controllano in posti di blocco sulla strada per Barentu.

Sento la gioia inaspettata dei pochi vecchi che allo scoprirci italiani si rivolgono a noi nella nostra lingua madre, senza alcun rancore per un passato di cui io invece mi vergogno.

Sento tutta la fatica di un popolo che si è rialzato dalle macerie di un dominio straniero asfissiante, e tutto lo sforzo con il quale cerca di tenere in piedi simulacri di vita normale, accettabile, nonostante pesi sopra la sua testa il macigno di un potere assoluto che ora si nasconde tra le mura di casa propria.

La cooperazione


Dopo una prima nottata trascorsa nella stanza piena di fumo di un albergo, il primo giorno di vita ad Asmara comincia con il tran tran delle visite ufficiali: al ministero dell’agricoltura, dove lasciamo una nostra foto ricordo formato squadra di calcio, all’ambasciata italiana, e infine con il sindacato.
Poi ricomincia l’odissea dei nostri bagagli alla ricerca di un posto dove fermarsi per qualche notte. Nel tragitto tra una casa e l’altra, inizio a intravedere una parte del mondo delle ong che cooperano in Eritrea. La prima reazione è di rifiuto, nei confronti delle contraddizioni assurde di queste realtà cooperanti.
Si può cooperare riproducendo quaggiù il proprio piccolo personale mondo occidentale? E allo stesso tempo, che male c’è nell’essere noi stessi, con le nostre incoerenze e i nostri limiti culturali?
Forse il male è che i nostri limiti hanno delle conseguenze verso un paese dove noi siamo gli ospiti, a meno che tutto questo non faccia parte della multiculturalità verso cui si muovono inevitabilmente sia nord che sud del mondo.

In mezzo a visite a questo e quel ministro, al governatore del sub zoba, ai responsabili sanitari, il viaggio di tre giorni nel Gash Barka è un vero toccasana. Lì possiamo vedere e toccare con le nostre mani come i “progetti di cooperazione allo sviluppo” si trasformino in cambiamenti concreti nelle vite di singole persone umane, umane come noi, persone come noi. Con tutte le difficoltà di continuare il proprio lavoro quotidiano dentro situazioni politiche di tensione, conflitti con chi vive dall’altra parte delle montagne, sull’altra riva del fiume. E si scoprono anche gli inaspettati problemi di comunicazione, di comprensione, tra un “noi” e un “loro” che credevamo di aver già superato, nel momento stesso in cui avevamo deciso di iniziare un rapporto di cooperazione che si muove su binari diversi da quelle che sono invece le relazioni commerciali degli “stati pseudo-neoliberisti”.
E invece no, ecco che le differenze culturali e i diversi sensi che si attribuiscono alle espressioni linguistiche di una lingua, l’inglese, per entrambi straniera, rifanno capolino nelle relazioni.
Così si arriva a comprendere che dire esseri umani come noi, o come loro, essere insomma tutti persone, significa anche questo, ovvero avere limiti, deficit, imperfezioni, sia da una parte che dall’altra. Ed è questo a renderci uguali, insieme a tutto il resto.

Il ritorno


L’ultima notte trascorsa ad Asmara, la decima notte, quella in cui non dormirò ma aspetterò semi sveglia che mi vengano a prendere per andare all’aeroporto, cerco di raccogliere tutto quello che di questa esperienza mi porterò in Italia.
Un vecchio che parla italiano e fa il guardiano alla casa dei gatti, i volti sorridenti dei bambini, gli occhi delle donne, e insieme a tante diverse, inesprimibili emozioni, anche il desiderio frustrato di parlare davvero con queste donne e questi bimbi, custodi silenziosi di un mondo per me ancora troppo lontano e inavvicinabile, che ho potuto solo scorgere a tratti nelle loro labbra pazienti, nei loro volti impassibili, nella lentezza dei loro gesti ancestrali. Di fronte ai tugul e i ai loro abitanti, mi chiedo chi sono io e chi sono loro? E questa domanda resta per ora senza risposta.
Me ne torno a casa con la sensazione che sia un peccato, aver incontrato tante umanità frettolosamente, apparire e scomparire così, senza potersi mettere in gioco, promettendo e vedendosi promesso qualcosa di grandioso e poi squagliarsela nella notte con il primo aereo...

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