LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE DECENTRATA DEL
VENETO
Vicenza 27 marzo 2004
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Documento finale
Il 27 marzo 2004 si è tenuta a Vicenza la Conferenza sulla
Cooperazione Internazionale e Decentrata. La partecipazione è
stata significativa, sono state distribuite 140 cartelline e si
sono registrate 30 organizzazioni/Enti/Associazioni Venete del
settore (vedi elenco allegato).
Gli interventi dei Relatori sono stati di notevole livello:
ha aperto i lavori Claudio Rizzato, Consigliere Regionale DS -
componente della Commissione Cooperazione allo Sviluppo della
Regione Veneto;
è seguita la relazione introduttiva di Aldo Prestipino,
Presidente di A.So.C.
Si sono succeduti in ordine:
Il Dott. Giancarlo Malavolti, membro del Consiglio Nazionale dell’Associazione
Ong Italiane e Presidente del Cocis: “Luci ed ombre della
Cooperazione Internazionale italiana”;
Il Dott. Diego Vecchiato, della Direzione Regionale relazioni
internazionali del Veneto: “La Cooperazione della regione
Veneto: linee e strategie”;
La Dott.ssa Maria Pia Mainardi, Consigliere regionale - Margherita
- Vice Presidente della Commissione Cooperazione allo Sviluppo
della Regione Veneto: “Cooperazione allo Sviluppo: le problematiche
femminili”;
Il Prof. Pier Paolo Faggi, Professore di Geografia Umana, Direttore
del Dipartimento di Geografia - Presidente del Corso di Laurea
Interfacoltà in Cooperazione allo Sviluppo - Università
di Padova. Delegate of university for development cooperation
with Africa and Asia,: “Il Corso di Laurea Interfacoltà
in Cooperazione allo Sviluppo dell’Università di
Padova”;
La Prof.ssa. Giovanna Franca Dalla Costa, Docente di Sociologia
generale, Facoltà di Psicologia, e Corso di Laurea in Cooperazione
allo Sviluppo - Università di Padova: “I Programmi
di Microcredito possono diventare un osservatorio privilegiato
per gli studenti di cooperazione”;
Il Dott. Giorgio Gabanizza, Responsabile di Altri Mondi per il
Veneto: “La Cooperazione decentrata da cenerentola ad attore
fondamentale dello sviluppo”.
La relazione di Aldo Prestipino, dopo aver illustrato lo stato
della situazione della cooperazione internazionale allo sviluppo
sia in ambito mondiale, che nazionale e regionale, ha proposto
agli intervenuti una serie di interrogativi ai quali la Conferenza
doveva rispondere:
-
In che modo è
possibile attrezzarci per influire sulle politiche internazionali
di sviluppo?
-
Le organizzazioni venete
sono in grado di influenzare e pesare sulle politiche del
nostro Paese in materia di cooperazione e di immigrazione?
-
Si può pensare
ad una maggiore qualificazione del settore in Veneto? E’
possibile pensare alla Cooperazione Internazionale veneta
come ad un distretto in grado di valorizzare i diversi attori
presenti?
A margine la relazione si è soffermata su alcune forme
di pietismo che alimentano un’immagine impropria dei paesi
poveri.
Negli interventi i relatori non si sono sottratti alle sollecitazioni
e hanno illustrato in modo diretto e franco un quadro ulteriormente
ricco di conoscenze e spunti di riflessione.
Nel pomeriggio si è data la parola ai presenti: tutti hanno
avuto alcuni minuti per farsi conoscere, poi molti sono intervenuti
in merito alle questioni all’ordine del giorno.
Prima delle conclusioni un rappresentante della comunità
iraniana in Veneto ha presentato un video girato a Bam, straordinaria
città distrutta dal terremoto che ha investito l’Iran
il 26 dicembre scorso, e ha presentato il progetto di cooperazione
che propone la ricostruzione di una scuola.
La conferenza ha fatto emergere le seguenti indicazioni impegnative:
Potenziare la formazione degli operatori nel Veneto, soprattutto
di coloro che vanno ad operare all’estero per i quali è
indispensabile una qualificazione “professionale”
mirata e rigorosa.
Valorizzare nello sviluppo della Cooperazione veneta la presenza
di tanti immigrati, spesso molto qualificati, presenti nella nostra
regione.
Creare una rete affinché chi opera nel settore si faccia
conoscere e sia conosciuto; va valutato se l’Archivio per
i diritti umani possa diventare lo strumento utile oppure ne serva
un altro;
Ricercare gli strumenti e le modalità che permettano a
coloro che operano in un Paese povero, di sapere quali altri attori
della Regione sono presenti, creando i presupposti per uno scambio
di informazioni, competenze, creazione di tavoli per ogni Paese
al fine di stabilire sinergie e meglio definire priorità
di progettazione ed intervento (es. a favore delle donne).
Valutare la possibilità di istituire “tavoli Paese”
a livello provinciale.
Promuovere un riconoscimento da parte delle Istituzioni per chi
opera in Consorzio con altri; ossia offrire degli incentivi a
chi lavora con altre organizzazioni.
Analizzare, per chi realizza progetti di cooperazione utilizzando
non esclusivamente fondi pubblici, le possibilità e le
modalità per ottenere un riconoscimento e/o preferenza
da parte delle Istituzioni, tramite elargizione di incentivi.
Valutare l’idoneità di una organizzazione alla realizzazione
di ulteriori progetti in un Paese o area in ragione della sua
presenza prolungata in loco.
Fare in modo che le priorità della politica regionale all’estero
si accordino con le priorità della cooperazione allo sviluppo.
Riflettere sulle differenze normative e finanziarie esistenti
tra modalità di cooperazione allo sviluppo e la cooperazione
d’emergenza.
Rafforzare la fase di verifica e di monitoraggio dei progetti.
Riflettere collettivamente sulle modalità di raccordo della
cooperazione regionale con la cooperazione nazionale ed Europea.
Coinvolgere, per la definitiva affermazione della cooperazione
decentrata, tutti gli attori sociali, economici e amministrativi
presenti in Regione.
Chiedere alla Regione Veneto di convocare la Conferenza del settore
come previsto dalla legge regionale 16 dicembre 1999, n. 55.
ASoC si è resa disponibile, nell’arco di un mese,
a raccogliere tutte le proposte emerse; si invitano, pertanto,
le Associazioni presenti alla Conferenza, ad inviarle ad ASoC,
sottoscritte su propria carta intestata, per farle pervenire unite
alla Commissione sulla Cooperazione allo Sviluppo della Regione
Veneto, prima che venga approvato il prossimo piano triennale
per la Cooperazione decentrata.
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Relazione introduttiva di Rizzato
Dopo anni di discussione sulla cooperazione italiana,
di drastiche riduzione degli stanziamenti, si impone oggi una
riflessione politica approfondita capace di disegnare con sicurezza
una scelta del Paese per i prossimi anni.
L'obiettivo politico è di un forte rilancio della Cooperazione
italiana e quindi di una sua indispensabile, urgente e profonda
riforma.
l'Italia, per la sua posizione geografica è collocata oggi
nel confine più "caldo" tra sviluppo e sottosviluppo.
Prima di tutto la pace, la sicurezza e la stessa ordinata crescita
civile democratica dell'Italia dipendono in buona parte dallo
sviluppo economico, dalla pace e dalla crescita democratica di
una intera area che va dal Mediterraneo all'Africa, al Medio Oriente;
c'è infine una ragione politica più generale. Per
molte ragioni nel processo in atto di internazionalizzazione della
economia, il nostro paese non si colloca oggi ad un livello adeguato.
È evidente che il nostro ruolo, il nostro spazio nella
competizione economica mondiale dipende dalla capacità
dell'Italia di avere una funzione di primo piano per costruire
pace e sviluppo, relazioni di amicizia e di collaborazione tra
i popoli e i paesi.
Eppure pace, sviluppo, relazioni di amicizia tra i popoli sono
il nostro patrimonio per l'Europa; per costruire una Europa non
solo fondata sulle regole economico-monetarie, e per far pesare
l'Italia in tale costruzione.
Esattamente ciò che non fa il Governo Berlusconi.
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| Relazione
di Aldo Prestipino
Ringraziamo tutti i relatori per aver accettato
il nostro invito ad intervenire, ringraziamo parimenti tutti gli
Enti e le organizzazioni che hanno aderito a questo incontro e naturalmente,
tutti voi presenti. Ci preme inoltre ringraziare in modo particolare
il gruppo consiliare Ds della Regione Veneto e la Federazione Ds
di Vicenza per aver sostenuto questa iniziativa senza alcun condizionamento,
dandoci carta bianca sui contenuti, sui Relatori e sulla metodologia
della conferenza; ringraziamo gli amici di Altri Mondi e di Banca
Etica per aver voluto essere al nostro fianco in questa manifestazione.
Nel predisporci ad organizzare questo convegno sapevamo che i temi
oggetto di discussione erano tanti, troppi per una sola giornata,
e quindi abbiamo sentito la necessità di farci e di proporvi
tre ordini di questioni.
1) La situazione socio-economica internazionale, nonostante gli
interventi della cooperazione allo sviluppo, non migliora, anzi
per molti aspetti peggiora.
Le cause di questo peggioramento sono molte (per es. il peso del
debito estero) ma vorrei porre in evidenza come, dopo la caduta
del muro di Berlino, ci sia stata un’accentuazione dell’applicazione
del modello neoliberale: La Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale, con i loro piani di aggiustamento strutturale e
di politica monetaria, hanno imposto con maggior determinazione,
ai paesi debitori, drammatiche riduzioni della domanda e tagli alla
spesa sociale.
La possibilità che le crisi debitorie si possano risolvere
con politiche neokeynesiane di allargamento della domanda, favorendo
un ruolo compensatorio e sociale dello Stato, è desaparecida.
C’è ancora oggi, pur di fronte all’evidenza,
una tale pressione mediatica e culturale in un contesto di pensiero
unico che chiedere politiche neokeynesiane significa correre il
rischio di essere considerati dei comunisti.
Eppure il Giappone, potenza capitalistica riconosciuta, ha gestito
il proprio sviluppo mediante politiche totalmente diverse dagli
orientamenti che FMI e Banca Mondiale impongono ai paesi poveri;
anzi, il Ministro dell’economia giapponese proprio nel periodo
(primi anni ’90) in cui il neoliberalismo era l’unica
ricetta proposta, ha sentito l’esigenza di uscire dal suo
proverbiale riserbo: “… mettendo in guardia Banca Mondiale
e FMI contro l’esagerata fiducia che essi accordano ai meccanismi
del mercato, contro il loro rifiuto dell’intervento statale,
contro la liberalizzazione eccessiva del commercio e delle istituzioni
finanziarie e infine, contro il mondo cieco in cui esse concepiscono
le privatizzazioni …”. Ma non solo, il Ministero degli
affari esteri nipponico condanna anche l’idea che il settore
privato debba essere trattato allo stesso modo sia esso nazionale
o estero e rileva che “… il passaggio delle industrie
di base sotto il controllo di capitali stranieri è una questione
estremamente seria e grave...” da Rivista “Third World
Economy” Implications of the World Bank Focus on Structural
Adjustment, marzo 1993
Per contro le politiche economiche sono sempre
più di stampo neoliberale, salvo poi imporre politiche protezionistiche
solo a salvaguardia di interessi particolari e contro i paesi più
poveri; a tutt’oggi è del tutto evidente che il WTO,
l’agenzia per il commercio internazionale, è a guardia
di questi interessi.
Le Nazioni Unite sono spesso smentite, screditate o rese non in
grado di operare.
Sul piano politico l’uso della forza sembra avere il sopravvento
sulla mediazione e sulla cooperazione, la politica della distensione
non è più presente nemmeno a livello di dichiarazione
formale.
Amita Dramane Traorè, studiosa di fama mondiale
e Ministro della cultura del Mali, ha scritto uno straordinario
libro (da cui abbiamo tratto la citazione riportata nel retro dell’invito
a questa conferenza) edito in Italia con il titolo “la MORSA”,
che esplicita in modo esemplare la condizione dei paesi poveri.
Sono questi gli scenari nei quali noi operiamo. Sappiamo che non
servirà dire - noi lo avevamo detto -, meglio chiedersi cosa
sia necessario fare ora. Occorre anche interrogarsi sulle nostre
capacità di pesare sulle politiche degli aiuti internazionali
e su come attuarle.
2) In Italia, dopo i vergognosi anni della cooperazione
piegata all’affarismo e al clientelismo politico (Vedi Somalia
- FAI - ricordiamo che Ilaria Alpi è stata uccisa perché
stava indagando sull’intreccio fra traffico d’armi,
rifiuti tossici e cooperazione), era maturata l’idea di una
necessaria modifica delle procedure e della legge. In realtà
la legge 49, ancora in vigore, è una legge decente anche
se mai applicata pienamente. Dal 1987 sono però passati parecchi
anni e l’esigenza di aggiornare la normativa è pressante:
l’esperienza per nulla esaltante in Kossovo sta a dimostrarlo.
I tentativi per una nuova legge sulla cooperazione non hanno fatto
passi in avanti e dobbiamo registrare la continua riduzione dei
contributi alla cooperazione, alla quale si aggiunge la recente
grave decisione parlamentare di dirottarne il 60% per le spese militari
in Iraq.
Come sappiamo, ci sono molti motivi per prendere una forte posizione
anche in merito alla politica sull’immigrazione del nostro
Paese; contro i centri raccolta per immigrati che diventano luoghi
di detenzione per migliaia di persone che hanno la sola colpa di
essere migranti.
E’ doveroso per noi e per loro chiedere la vera integrazione,
quella che avremmo voluto noi quando eravamo emigrati, quando trovavamo
i cartelli fuori dai locali con scritto:” qui non sono ammessi
gli italiani”?
Ci si può battere davvero contro i Governi quando le politiche
sulla cooperazione che attua sono non solo sbagliate, ma anche pericolose,
se dagli stessi Governi dipende il futuro della nostra azione?
Se la cooperazione dipende dai finanziamenti pubblici, può
aspirare ad essere autonoma?
Questo argomento ci introduce ad un’altra
riflessione: Come si finanzia la cooperazione? E chi la finanzia?
I sostenitori dei progetti restano spesso ignoti: se la Zeta farmaceutici
di Vicenza (parliamo di un sottoscrittore di un progetto della nostra
organizzazione) ha finanziato un progetto di Cooperazione, è
utile che si sappia anche all’esterno?
Farebbe notizia il nome delle migliaia di persone che sostengono
un qualche progetto di cooperazione?
Eppure dare rappresentanza a questo popolo potrebbe essere importante!
Siamo maturi e preparati per questo?
Quella della guerra preventiva è un gravissimo
colpo agli ideali e ai valori che animano la Cooperazione.
Di vite umane, di vita di popoli vorremmo si parlasse sempre, anche
quando si pensa a risolvere grandi problemi mondiali con la guerra.
Sembra incredibile ma stiamo parlando di guerra, invece che di pace,
di distruzione anziché di sviluppo.
Ancora più grave, oltre al fatto della guerra in se, è
che paradossalmente, in questi ultimi decenni, si vanno rafforzando
orientamenti di politica internazionale dove la guerra è
uno strumento previsto e possibile.
L’orrore e il disastro successivo all’ultima guerra
mondiale, che ha spinto gli Stati della ricostruzione a fissare
nelle rispettive costituzioni norme ed indicazioni contro ogni forma
di guerra, sembra dimenticato.
Si va via via affermando un’idea della guerra possibile, addirittura
preventiva e oggettivamente si prepara la prossima, (in Iran per
esempio) e di questo passo è facile immaginare gli scenari
nei quali anche il nostro Paese sarebbe coinvolto.
Diciamo questo mentre ancora è presente l’eco feroce
dell’attentato in Spagna.
Manifestiamo il cordoglio per le persone colpite da questo attentato
e la solidarietà con il Popolo spagnolo. Nessuna scusante
o copertura può essere data ai terroristi, la vita umana
è sacra e al di sopra di ogni motivazione.
Ma per togliere sostegni ed appoggi al terrorismo, occorrono politiche
e progetti di pacificazione.
E’ a questo punto doveroso valorizzare: la
Cooperazione italiana, l’affermazione del microcredito, il
rafforzamento di attori come Banca Etica e il circuito del Mercato
equo.
Il Social Forum di Firenze è stato una grande dimostrazione
di quanto ricca e grande sia l’attenzione ai temi di cui siamo
portatori; abbiamo per questo grandi responsabilità che ci
impongono di far crescere la qualità della nostra azione.
Molti di noi sostengono progetti in diversi paesi per costruire
scuole, ospedali, centri sociali, ecc, ma qui in Italia, nel Veneto,
si chiudono ospedali, si chiudono centri sociali; a Vicenza, per
esempio, c’è una mobilitazione a difesa dell’ospedale,
(come c’è a Mezzaselva di Roana sull’Altopiano
di Asiago) e c’è una forte richiesta all’Amministrazione
perché individui spazi sociali per i giovani.
Ci scoppia tra le mani qualche contraddizione?
3) Per quanto riguarda la Cooperazione internazionale
a livello regionale, il Veneto è una delle Regioni più
attive, ma questa grossa realtà rappresentata da centinaia
di Associazioni, conta adeguatamente?
Il panorama veneto vede attori di grande livello impegnati nella
cooperazione internazionale: Regione Veneto, Enti Locali, Pro Loco,
Agenzie internazionali, Ong, Università, Centri Studi, Sindacati,
Organizzazioni di categoria, Consorzi di Microcredito, Banche, Enti
ecclesiastici, Ordini religiosi, Parrocchie, Caritas, e centinaia
di altre organizzazioni e associazioni.
Un patrimonio ricchissimo di competenze, esperienze e storie, che
coinvolge migliaia di persone nella nostra Regione, una ricchezza
poco conosciuta all’opinione pubblica, ma che rappresenta
un vero e proprio fenomeno sociale con importanti ricadute e presenze
nei più diversi Paesi del Sud del Mondo: dobbiamo ammettere
che neppure chi ne fa parte la conosce adeguatamente.
Nella cartellina abbiamo inserito del materiale
dell’Archivio del Centro dei Diritti Umani di Padova: è
un grande strumento che dovremmo utilizzare tutti di più,
ma all’interno dell’archivio non figura nemmeno la metà
delle organizzazioni operanti nel Veneto.
Quante sono le organizzazioni venete che operano, per esempio, in
Chiapas, in Argentina, o in Eritrea?
Quali competenze ci sono? Molti Veneti sono o sono stati ai vertici
o hanno comunque lavorato in Agenzie dell’Onu, sono stati
a capo di Progetto Paese nei più sperduti angoli della terra.
Altri hanno scritto libri o documenti relativi alle tematiche che
ci interessano, oggetto di studio a livello internazionale, e qui
sono quasi dei perfetti sconosciuti.
L’Ente Regione, in questo contesto, che ruolo gioca e che
ruolo può giocare?
La Cooperazione decentrata sembra a noi uno strumento importante,
perché Ong, Associazioni di categoria, Enti locali, Imprese,
Associazioni, Enti religiosi e laici, rappresentanti di nostre comunità,
insieme decidono di realizzare un progetto di cooperazione il cui
partner nel Paese di realizzazione è una realtà collettiva
formata da Ong locali, Associazioni di categoria, Enti locali, Associazioni,
Enti religiosi e laici, rappresentanti di quelle comunità
… Si potrebbe anche, e non è una provocazione, discutere
con loro del perché i centri sociali sono importanti, perché
gli ospedali sono importanti e perché ad una partita di calcio
succedono alcuni fatti gravi.
Ma questo tipo di cooperazione a parte qualche interessante eccezione
stenta a decollare, perché?
L’Università potrebbe dare un grande contributo di
analisi e di ricerca per favorire la crescita del settore.
La Regione e gli Enti locali potrebbero aumentare la capacità
di lettura del territorio e migliorando gli aspetti istituzionali
di indirizzo e di coordinamento. Vanno valorizzati gli Enti locali
(ancora pochi) che nel rispetto della normativa vigente investono
in progetti di cooperazione.
La Regione non può essere vista come l’Ente che eroga
finanziamenti indipendentemente da politiche di sviluppo di Piani
Paese e senza un sufficiente monitoraggio delle azioni e neppure
l’Istituzione che distribuisce direttamente cospicue risorse
verso altri Paesi, fuori dai criteri della cooperazione.
In realtà negli ultimi anni la Regione Veneto, grazie anche
al lavoro della Commissione Cooperazione allo Sviluppo, ha introdotto
dei mutamenti utili, tali da spingerci in questa sede ad avanzare
la proposta di attivare dei Tavoli Paese che permettano di mettere
insieme tutte le realtà venete operanti in una determinata
area geografica del sud del mondo. L’obiettivo è di
avviare una maggiore aggregazione di forze qui in Veneto e una migliore
incisività ed efficacia nei paesi in cui operiamo.
Riepilogando, gli ambiti che abbiamo voluto sottoporre
alla nostra e vostra riflessione possono essere così sintetizzati:
- E’ possibile attrezzarci e come per influire sulle politiche
di sviluppo internazionali?
- Le organizzazioni Venete sono in grado di influenzare e pesare
sulle politiche del nostro Paese in materia di cooperazione e di
immigrazione?
- A livello veneto possiamo pensare ad una maggiore qualificazione
del settore? E’ possibile pensare al Veneto come ad un distretto
in grado di valorizzare i più diversi attori presenti?
C’è un’ultima valutazione sulla
quale vorremo soffermarci: non sembra anche a voi che quando si
parla dei paesi poveri, si parla solo di fame, guerre, malattie,
ecc.? Non sembra anche a voi che ci sia un eccesso di pietismo nella
foto del bambino con il muco al naso? Forse aiuta a far cassa, ma
fa crescere un’idea del sud del mondo che non è quella
reale.
C’è una grande idea pietistica da smantellare? Oppure
continuiamo a ballare latinoamericano, ascoltare il jazz, impazzire
per il couscous, leggere tutto di Sepulveda, sognare il mar dei
Caraibi e coltivare questa idea pietistica del sud del mondo? …
delle persone del sud del mondo.
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Sintesi
intervento Dott. Giancarlo Malavolti
A seguito della caduta del Muro di Berlino la Banca Mondiale e il
Fondo Monetario hanno imposto un modello di globalizzazione di tipo
neoliberista, che ha rafforzato i paesi industrializzati ed ha ulteriormente
indebolito i paesi poveri.
Il progressivo deterioramento economico, sociale, ambientale ha
privilegiato la cooperazione d’emergenza rispetto alla cooperazione
allo sviluppo.
Occorre democratizzare i processi di finanziamento pubblico: il
problema non risiede nell’eventuale condizionamento che può
derivare dall’uso dei fondi pubblici, dei quali non bisogna
aver paura, al contrario, è necessario indirizzarli verso
criteri di trasparenza.
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| Sintesi
dell’intervento di Diego Vecchiato
In Italia gli interventi di aiuto umanitario non
sempre vengono effettuati nel quadro di iniziative finalizzate -
talvolta anche strumentalmente - alla promozione complessiva degli
interessi nazionali, come invece fanno altri Paesi.
I diversi enti ed organismi pubblici e privati italiani impegnati
nel settore della cooperazione allo sviluppo non riescono ancora
ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse disponibili a livello
di Unione Europea.
Anche in materia di cooperazione allo sviluppo non bisogna essere
pregiudizialmente critici verso le iniziative statali: l’obiettivo
deve essere quello di dare attuazione al concetto di “statualità
sostenibile”.
L’Assessore regionale ai diritti umani e cooperazione allo
sviluppo sta dimostrando concreta attenzione per le istanze provenienti
da enti locali, associazionismo e dalle diverse componenti politiche
rappresentate in Consiglio regionale.
Tale attenzione si è concretizzata, tra l’altro, nella
crescente dotazione di risorse per l’attuazione della legge
regionale n. 55/1999, che dai primi programmi triennali in materia
di diritti umani e cooperazione allo sviluppo (2001-2003) a quelli
attualmente in fase di adozione (2004-2006) sono triplicate, nonostante
la generale tendenza al contenimento della spesa pubblica, a livello
nazionale ed europeo.
Se il Consiglio regionale procederà rapidamente all’approvazione
dei suddetti programmi triennali, è prevedibile che i prossimi
bandi per la presentazione di richieste di contributo ai sensi della
legge regionale n. 55/1999 saranno pubblicati prima della prossima
estate.
Dette richieste dovranno essere presente da “reti” di
più soggetti, pubblici e privati, proponenti un medesimo
progetto, come è avvenuto nel 2003, con un aumento di quasi
il 50% dei progetti presentati.
E’ all’esame un sempre più attento monitoraggio
delle iniziative realizzate con il contributo regionale, al fine
di impedire un utilizzo improprio delle risorse rese disponibili
per attività di cooperazione allo sviluppo.
Non esiste un quadro completamente definito degli enti ed organismi
pubblici e privati veneti attivi nel settore della cooperazione
decentrata, in conseguenza della enorme diffusione, vivacità
e flessibilità operativa di tali attori.
E auspicabile che, come sta avvenendo per gli enti locali, anche
l’associazionismo veneto impegnato nel settore della cooperazione
attivi sempre più strette forme di coordinamento progettuale
ed operativo.
Le attività di cooperazione decentrata non devono considerare
solo i tradizionali settori socio-sanitario e della formazione:
adeguata attenzione va rivolta anche allo sviluppo di iniziative
imprenditoriali e di promozione del microcredito, con il coinvolgimento
di imprese, loro associazioni ed istituti bancari.
Gli obiettivi e le priorità stabiliti nel programma triennale
2004-2006 di cooperazione decentrata ed aiuto umanitario sono quelli
fissati a livello di Nazioni Unite, a partire dal vertice di Copenaghen
sullo sviluppo umano del 1995, fino alla recente Dichiarazione del
Millennio.
Andrebbe certamente aumentata la dotazione del personale attualmente
impegnato in Regione nelle attività di cooperazione allo
sviluppo e, più in generale, di rilievo internazionale; al
superamento di tale carenza si sta, peraltro, progressivamente provvedendo,
nonostante le limitazioni poste alle assunzioni dai vincoli di bilancio
fissati a livello nazionale ed europeo.
Un interessante contributo alle attività della Direzione
Regionale Relazioni Internazionali sta altresì venendo dagli
stagisti che - con frequenza ormai settimanale - chiedono di poter
effettuare un periodo di “praticantato” presso tale
Struttura.
Anche a motivo della dotazione organica - che per quanto in aumento
non è prevedibile possa essere in tempi brevi ampliata oltre
determinati limiti - appaiono di difficile istituzione specifici
“Tavoli-Paese” per le attività di cooperazione
decentrata allo sviluppo: la quantità e qualità delle
iniziative realizzate da enti ed organismi pubblici e privati veneti
comporterebbe infatti l’attivazione di un numero non adeguatamente
gestibile di detti ”Tavoli”.
Potrebbe invece essere opportunamente considerata l’istituzione
a livello di singole Province del Veneto di “Tavoli di Coordinamento”
degli interventi di cooperazione decentrata attuati da attori pubblici
e privati
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Intervento
di Maria Pia Mainardi
La dichiarazione e il Programma d'Azione di Vienna, recita:
"I diritti umani delle donne e delle bambine sono una parte
inalienabile, integrante e indivisibile dei diritti umani universali.
La piena ed eguale partecipazione delle donne alla vita politica,
civile, economica, sociale e culturale a livello nazionale, regionale
ed internazionale, e lo sradicamento di ogni forma di discriminazione
sessuale sono gli obiettivi prioritari della comunità internazionale"
Lo sforzo attuale delle Nazioni Unite di documentare la reale situazione
delle donne in tutto il mondo, ha prodotto alcune statistiche allarmanti
sul divario economico e sociale esistente tra le donne e gli uomini.
Il 70% degli 1,3 miliardi di persone che vivono in stato di povertà
sono donne.
L'aumento della povertà tra le donne è stato direttamente
messo in relazione con la disuguaglianza tra i sessi nel mercato
del lavoro, con il trattamento delle donne all'interno dei sistemi
di welfare e con la loro condizione e il loro potere nella famiglia.
La maggior parte degli analfabeti al mondo sono donne.
In tutto il mondo, le donne lavorano più ore degli uomini
e la maggior parte del lavoro non è retribuito e viene misconosciuto
e sottovalutato.
Il concetto di uguaglianza va oltre l'uguale trattamento
delle persone. Trattare in egual modo persone che si trovano in
situazioni diseguali significa perpetuare piuttosto che sradicare
l'ingiustizia.
La vera uguaglianza può emergere solo da un impegno di indirizzo
e correzione degli squilibri dovuti alla diversità delle
situazioni.
In questo contesto più ampio, il tema I diritti delle donne:
una responsabilità di tutti, acquista un significato particolare.
IL RUOLO DELLE ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE E
DELLA SOCIETA' CIVILE
I gruppi per i diritti umani e le organizzazioni
delle donne hanno da tempo riconosciuto la necessità che
i diritti umani siano sostenuti diffusamente.
Le ONG e altri settori della società civile hanno così
svolto un ruolo fondamentale nell'informazione e nella formazione
delle donne all'interno del contesto della Nazioni Unite.
Questi primi sforzi dei gruppi delle donne, delle organizzazioni
non governative, dei ricercatori, dei movimenti delle donne e dei
singoli attivisti hanno portato alla creazione e al rafforzamento
di legami che si sono consolidati, dimostrando una grande potenza
sia a livello nazionale sia internazionale.
Sul tema dei diritti umani delle donne, tra le
iniziative più importanti in ambito non governativo, ricordo:
· la campagna mondiale condotta dai gruppi
delle donne affinché i temi dei diritti umani delle donne
e della violenza contro le donne fossero inseriti a pieno titolo
nell'ordine del giorno della Conferenza Mondiale sui Diritti Umani
del 1993
· la campagna per il potenziamento dei meccanismi dell'ONU
rivolti alla questione della violenza contro le donne, anche attraverso
la creazione di un Relatore Speciale sulla Violenza Contro le Donne
· l'iniziativa dei sostenitori dei diritti delle donne per
fare sì che i diritti umani costituissero la struttura fondamentale
della Piattaforma d'Azione adottata dalla Quarta Conferenza Mondiale
sulle Donne del 1995
· le campagne affinché fossero resi pubblici e documentati
gli stupri delle donne come crimini di guerra, sia in Ruanda sia
nell'ex Jugoslavia.
Le ONG e le Nazioni Unite sono i partners naturali
della lotta per tutti i diritti umani.
E le Nazioni Unite hanno da tempo riconosciuto che le ONG hanno
una libertà di movimento e una flessibilità d'azione
che permette loro di individuare le questioni critiche più
rilevanti.
Il rapporto tra le Nazioni Unite e quei gruppi che lavorano per
la realizzazione dei diritti umani delle donne deve essere nutrito
e rafforzato.
Questo richiederà lo sviluppo di nuove e creative modalità
di cooperazione e collaborazione.
Il World Social Forum 2004 è stato un segnale
di speranza in un mondo in continua trasformazione, piegato da conflitti,
violenza, disuguaglianze e ingiustizie, soprattutto nei confronti
delle donne.
Ha riunito migliaia di persone provenienti da ogni angolo del pianeta,
e tante e tante donne, che credono nella possibilità di un
mondo migliore.
Ora, nel mondo, 54 paesi sono più poveri di come erano nel
1990 e nel 2002 quasi un miliardo e duecentomila persone vivono
in totale povertà, con meno di un dollaro il giorno.
Gran parte di queste persone vive in Asia.
42 milioni di esseri umani hanno contratto il virus dell'HIV, con
un numero superiore di donne e bambini, e fra dieci anni saranno
più di 100 milioni se non si prenderanno immediate contromisure.
La povertà totale è una violazione
dei diritti umani perché priva le persone del diritto alla
casa, alle cure mediche e farmacologiche, all'educazione e al nutrimento.
Senza risorse, anche altri diritti umani diventano
pura teoria: diritti a processi equi (ricordiamo Sharia e altre),
alla libertà di espressione e di opinione e a libere elezioni.
Questa situazione è ineluttabile: il rimedio
sta in un maggior rispetto dei diritti umani e il gap fra paesi
ricchi e poveri può essere ridotto riformando e rendendo
più democratiche le istituzioni internazionali, fra cui il
WTO, l'IFI o il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Possiamo rendere tutto ciò una realtà per gran parte
del pianeta verificando l'applicazione dei diritti economici e sociali.
Le donne sono le prime vittime della povertà.
Come se non bastasse esse debbono sopportare anche la discriminazione
a loro riservata in molti paesi e dobbiamo combattere tutti contro
questa cultura patriarcale.
Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003, dice:
"Nel mio paese, l'Iran, tale cultura è
prevalente: molte donne sono arrivate ad alti livelli sociali, ma
sono sempre gli uomini che decidono.
Anche la legge è contro le donne: per il codice penale la
vita di una donna vale la metà di quella di un uomo e legalmente
la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un
uomo."
Altre e numerose sono le discriminazioni nei riguardi delle donne:
-
il tasso di mortalità materna, che
registra il numero di gestanti morte - ogni 100.000 nascite
- per complicazioni legate alla gravidanza e al parto, nel 2000
è stimato a livello mondiale in 400 donne morte ogni
100.0000 nascite. Più elevato in Africa (830 decessi),
in Asia (330 decessi) in Oceania (240 decessi) in America Latina
(190 decessi) e paesi industrializzati (20). Nel 2000, i leader
del mondo hanno fissato il traguardo di ridurre la mortalità
materna di 3/4 entro il 2015, come "Obiettivi di sviluppo
del millennio";
-
la discriminazione contro le bambine, è
una questione di vita o di morte; un esempio: su un campione
di 8.000 aborti effettuati a Bombay, in India, dopo un'amniocentesi,
7.999 riguardavano feti di sesso femminile;
-
in tutta l'Asia meridionale i bambini sono
molti più numerosi delle bambine: si calcola che, in
tre paesi dell'area, muoiano ogni anno un milione di bambine
soltanto a causa del loro sesso e così via……..(meno
cure mediche, meno spese);
-
per diventare donne, in molti troppo paesi
del mondo, le bambine devono privarsi di una parte di sé,
il segno dell'adolescenza femminile è la rinuncia, un
taglio doloroso, spesso infetto, un marchio indelebile, una
mutilazione: la sunna, l'escissione e l'infibulazione. Sono
almeno 40 i paesi in cui è ancora diffusa la pratica
delle mutilazioni sessuali sulle bambine: ogni anno due milioni
di piccole vittime vanno ad aggiungersi ai 130 milioni di donne
che vivono col marchio di queste ferite;
-
a molti anni dalla Conferenza di Pechino,
la violenza sulle donne e sulle bambine, anche all'interno della
famiglia, è ancora un'emergenza mondiale, lungo tutto
il loro ciclo vitale: si va dall'aborto selettivo, alla malnutrizione
forzata, alla mancanza di cure mediche e di istruzione, alla
prostituzione forzata e alla riduzione in schiavitù,
oltre ad altre forme di violenza più "visibili"
come lo sfregio con l'acido e il delitto d'onore o la lapidazione.
Desidero finire questo breve ma doloroso escursus
con le parole di Anna, infermiera bassanese che più volte
è volata in Afghanistan, con Medici senza frontiere:
oggi è venerdì, giorno di riposo
e, sono appena tornata da una bella passeggiata con una donna di
Ishkashim, lungo il fiume, nei pressi di casa nostra. Un pomeriggio
pieno di sole, una distesa senza confine di un bianco accecante
e tutt'attorno all'immensa cornice di queste giganti montagne silenziose
che spartiscono il cielo. Qua e là un fascio di luce più
forte illumina una pezzo di parete rocciosa, rendendola di un colore
rosato o un gruppo di case, qualche albero spoglio, un tratto di
sentiero ghiacciato, lo spiazzo lungo il fiume dove i bimbi si ritrovano
per prendere l'acqua.
Tutto è di un limpido quasi innaturale e malgrado la temperatura
quasi sempre sotto i 15 - 20 gradi anche di giorno, credo davvero
di essere arrivata in Paradiso.
Ecco, perdonatemi la facile retorica, ma finire
questo intervento, in cui ho enumerato le grandi difficoltà
delle donne nel mondo, con l'immagine di questa donna italiana,
che abbandonata famiglia, lavoro, affetti e comodità, se
ne va in questo incantevole paesaggio assieme ad una donna afgana,
supportandola nei suoi bisogni primari, mi riempie il cuore di serenità
e di speranza.
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Intervento
del Prof. Pierpaolo Faggi
La cooperazione decentrata non è solamente
un cambio di scala rispetto a quella tradizionale, governativa o
multilaterale, le interazioni tra i territori di partenza e quelli
di arrivo sono soggetti a una serie di relazioni dagli effetti non
totalmente prevedibili.
La cooperazione decentrata implica, invece rispetto a quella accentrata,
una rete territoriale di responsabilizzazione degli enti sul territorio
di partenza che interagisca con gli enti omologhi sul territorio
di arrivo. La costruzione della rete è fondamentale.
Questa rete di coordinamento delle attività nel Veneto non
deve servire a incasellare i diversi attori: la cooperazione, come
la politica, ha bisogno di partiti, associazioni e movimenti per
proporre un’azione efficace.
La cooperazione decentrata non si sostituisce agli interventi statali,
le loro funzioni sono diverse e complementari.
Vi è una strana coincidenza di intenti tra il neoliberismo
che tende a neutralizzare lo Stato ed alcune frange delle organizzazioni
operanti nella cooperazione che la vorrebbero svincolata dalle azioni
dello Stato: è una strana alleanza tra i due estremi della
cooperazione.
L’importanza del ruolo dell’università risiede
nell’azione culturale e formativa che permette la liberazione
dai luoghi comuni dell’ignoranza nei confronti dei migranti
e in generale degli altri popoli. La flessibilità intesa
come conoscenza culturale è il vero valore aggiunto di questa
epoca; chi possiede la flessibilità mentale, che si acquisisce
con la cultura, può imparare ed adattarsi a qualsiasi attività
tecnica.
Questa è la prospettiva che ci ha mossi nell’organizzare
il Corso di Laurea triennale in “Cooperazione allo Sviluppo”,
che intende rispondere all’esigenza di un mercato del lavoro
flessibile e mobile qual è quello della cooperazione internazionale.
Obiettivo del Corso è la formazione di operatori dotati di
una competenza multidisciplinare (è un corso che coinvolge
6 facoltà: Agraria, Lettere e filosofia, Psicologia, Scienze
della Formazione, Scienze politiche, Scienze statistiche) che, nella
progettazione e gestione dei processi di sviluppo, siano in grado
di integrare abilità specifiche diverse (analitiche, formative,
relazionali) e di interagire con esperti di discipline diverse.
Una formazione che sia solida sul piano culturale – vero atout
per un settore che necessita di flessibilità e di capacità
di autoapprendimento – ma che abbia anche significativi contatti
con il variegato mondo del lavoro.
Nel loro complesso, le attività formative consentiranno allo
studente di acquisire competenze corrispondenti ad uno dei tre indirizzi
previsti dal Corso di laurea:
1) Indirizzo in Sviluppo rurale: il percorso si propone di sviluppare
le abilità di base per l’analisi interdisciplinare
delle relazioni tra risorse ambientali e sistemi socio-economici
rurali nella prospettiva di promuovere uno sviluppo sostenibile
che sia basato sulle specificità locali. Si intende inoltre
far acquisire le basi culturali e tecnico professionali per affrontare
la progettazione in ambiti istituzionali -quelli rurali- difficili
e con scarse risorse economiche.
2) Indirizzo in Cooperazione decentrata: il percorso si propone
di sviluppare le abilità di base (funzionamento della cooperazione
decentrata, dinamiche di gruppo e di comunità, politiche
e dinamiche sociali sul territorio) per favorire la promozione e
la partecipazione delle comunità interessate, rispondendo
al decentramento in atto nelle politiche di sviluppo, sia nei Paesi
donatori che nei Paesi destinatari.
3) Indirizzo in Cooperazione economica: il percorso si propone di
sviluppare le abilità di base nelle seguenti direzioni: conoscenze
sul diritto e l’economia degli scambi commerciali e finanziari
internazionali relativi sia alle imprese for profit che alle organizzazioni
no-profit; conoscenze sul funzionamento e le politiche delle istituzioni
economiche internazionali coinvolte nella cooperazione allo sviluppo,
nonché sul funzionamento e la gestione finanziaria delle
ONG impegnate nei processi di sviluppo; conoscenze sui metodi di
valutazione dei programmi e dei progetti di sviluppo, inclusa la
valutazione degli impatti sui contesti locali coinvolti.
Il progetto vuole soddisfare una specifica esigenza di professionalità
in un ambito del mercato del lavoro – quello della cooperazione
allo sviluppo- che nel corso di quest’ultimo decennio si sta
rivelando sempre più esigente. Da un lato, infatti, è
alta la richiesta di interventi mirati e qualificati di sviluppo
e di promozione umana (per effetto di un contesto mondiale in continuo
cambiamento e caratterizzato da situazioni di forte squilibrio socioeconomico
e politico-istituzionale); dall’altro è risultato mancante,
fino ad anni recentissimi, un apposito percorso formativo universitario
di primo livello capace di preparare adeguatamente la figura del
cooperante internazionale che sappia programmare e gestire le svariate
iniziative che gli Enti locali, il terzo settore e anche il settore
profit stanno mettendo in campo. Queste iniziative assumono un particolare
significato per la realtà veneta, sia per la crescita della
cooperazione decentrata allo sviluppo (si veda a questo proposito
quanto previsto dalla L.R. 16 dic. 1999, n.55), sia per la forte
tradizione regionale nel campo dell’associazionismo solidaristico,
sia infine per il generale processo di internazionalizzazione in
corso nel “sistema veneto” (delocalizzazione produttiva,
immigrazione, ecc.). Proprio per questo, a partire dall’attuazione
della Riforma universitaria nel 2001/02, l’Università
di Padova ha attivato il C.di L. triennale in “Cooperazione
allo sviluppo”, unico per il Triveneto.
Il Corso di Laurea conta su una partnership -che funge anche da
Comitato di indirizzo di CSV- che permette di rafforzare lo scambio
ed il confronto tra mondo accademico, mondo del lavoro e territorio.
Il Comitato è composto da esponenti di enti diversamente
impegnanti nella cooperazione allo sviluppo, quali: Divisione Università
di Unindustria Veneto, area Progettazione di Banca etica, ANCI Veneto,
il Land Tenure Service/Sustainable Development Dept. Della FAO,
area progettazione del Movimento Laici America Latina (MLAL), Movimento
Volontariato Italiano (MOVI), ISCOS-CISL, Dipartimento Relazioni
Internazionali della Regione Veneto. Al Comitato viene sottoposto
per un parere, in fase di programmazione annuale, il piano delle
attività didattiche; il Comitato è anche coinvolto
nell’organizzazione e nello svolgimento dei 2 Seminari di
orientamento previsti da CSV.
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Intervento
Prof.ssa Giovanna Franca Dalla Costa
Nei percorsi formativi della cooperazione decentrata
occorre tenere presenti due aspetti:
a) che vi sia un idoneo supporto istituzionale e organizzativo nella
realtà di partenza, nel nostro caso il Veneto, per tradurre
in programmi concreti quanto si insegna ai giovani cooperanti
b) che l’insegnamento verta particolarmente su contenuti e
metodologie che abbiano dimostrato flessibilità e adattabilità
ai bisogni espressi dalle organizzazioni e rappresentanze di base
nelle realtà di destinazione.
Occorre trovare vie appropriate per costruire un sapere non disgiunto
dall’esperienza locale e internazionale per cui diventa importante
la scelta degli argomenti. Bisogna selezionare oggetti:
1. rilevanti in quanto a capacità di incidere nel sociale
2. capaci di muovere l’attenzione internazionale,
3. descrivibili attraverso osservatori reali, nello specifico delle
singole realtà locali ma anche nella varietà/complessità
dei modelli che si è prodotta nelle diverse situazioni,
4. che abbiano metodologie riconoscibili e già osservabili
nelle loro implicazioni sul territorio,
5. che abbiano profili di realizzazione abbastanza numerosi, e quindi
ampie casistiche, per poter individuare quali elementi abbiano portato
al successo o all’insuccesso delle iniziative, all’accoglimento
o alla critica/rifiuto da parte dei destinatari,
6. prioritariamente orientati agli strati più svantaggiati
delle popolazioni,
7. capaci di produrre nei futuri cooperanti identificazione verso
quei soggetti che vorremmo aiutare ad influire maggiormente nei
percorsi di sviluppo.
Ho scelto di dedicare ai programmi di microcredito
una parte significativa del corso di sociologia. Tale osservatorio
mi sembra permetta di condurre analisi e verifiche di certo rilievo,
ampiezza e concretezza, sollecitando anche riflessioni da parte
degli studenti.
Quando si parla di microcredito ci si riferisce,
com’è ormai noto a molti, a “l’insieme
dei programmi che forniscono credito e altri servizi finanziari
ed aziendali (inclusi servizi per il risparmio ed assistenza tecnica)
a persone molto povere, per il lavoro autonomo”.
Tali interventi finanziari si configurano come strumenti di lotta
alla povertà e sono destinati a popolazioni svantaggiate.
Per la maggior parte sono destinati a donne povere. Generalmente
vi è una base fiduciaria della garanzia e l’organizzazione
è fondata sul gruppo. Oggi però assistiamo a tipologie
variegate e miste (molti programmi sono di tipo individuale o richiedono
garanzie di tipo patrimoniale).
I programmi di microcredito sono iniziati con l’economista
M.Yunus in Bangladesh negli anni settanta ma è solo negli
anni novanta che si sono imposti all’attenzione internazionale.
Si è prodotto in tale decennio un ampio sostegno istituzionale
che si sta consolidando tanto più quanto si stanno cercando
sinergie tra rendimento finanziario dell’investimento ed efficacia
nella lotta alla povertà.
I Microcredit Summit del 1997 e 1999, la costituzione nel 1995 del
Consultative Group to Assist the Poorest (consorzio che riunisce
29 agenzie ed è preposto alla diffusione delle metodologie
di microfinanza con sede presso la Banca Mondiale), il pronunciamento
della Comunità Europea, nel 1998, al Consiglio e al Parlamento
Europeo in favore “dell’accesso alla microfinanza per
gli indigenti” sono eventi che hanno avuto una ricaduta positiva
nel sostegno istituzionale offerto a questi interventi.
Per quanto concerne la nostra realtà di
partenza, il Veneto, non vi è dubbio che i giovani cooperanti
possano trovare oggi sostegno a progetti di questo tipo. Anzi, il
Veneto è tra le prime regioni ad aver creato strutture a
questo dedicate. La prima Banca Etica, nata a Padova, riserva una
parte delle sue attività al microcredito, ma anche Banche
commerciali hanno ormai specifici spazi per questo e, ancora, con
il Consorzio Ethimos e vari Enti locali si può descrivere
un panorama istituzionale sempre più aperto ad inserire nei
programmi di cooperazione settori di microfinanza.
Per quanto concerne le realtà di destinazione,
il microcredito diventa un idoneo osservatorio alla luce di alcune
considerazioni.
A) Permette di spaziare con osservazioni concrete
in diverse realtà statali/locali e diverse culture.
Non è legato ad un singolo contesto nazionale. Sperimentato
in Bangladesh nei primi anni settanta è presente oggi in
oltre 100 paesi (dall’India al Venezuela alla Colombia al
Kosovo agli Stati Uniti) attraversando culture molto diverse. A
volte siamo di fronte a duplicazioni di un modello, come nel caso
del modello Grameen Bank presente in oltre 50 paesi. In altri casi,
invece, siamo di fronte a programmi attuati in modo diverso nelle
differenti situazioni. Con gli studenti si potranno individuare
allora i diversi requisiti, modalità d’intervento e
aspettative connessi ad aspetti di natura culturale. Ad esempio,
risulterà che in alcuni paesi latinoamericani il gruppo solidale
è accolto con poca convinzione mentre il gruppo è
una modalità consolidata in paesi asiatici quali il Bangladesh.
O ancora, ciò che può essere richiesto ad una donna
allevatrice in un programma di microcredito in India (ad es. mungere
il latte nell’aia di fronte a tutte le donne) può non
essere proponibile in Venezuela. Qui saranno più efficaci
programmi che facciano leva su valori quali le capacità gestionali
di piccoli imprenditori piuttosto che la “lotta alla povertà”.
Una stessa proposta può essere rifiutata o accettata nei
diversi contesti sociali: il rischio è di arrivare con un
pacchetto di proposte inadeguate (sono state criticate alcune proposte
formative connesse a programmi di microcredito in Kosovo perché
ipotizzavano un livello culturale troppo basso).
B) Dimostra una buona tenuta di fronte ad importanti
modificazioni del quadro storico-politico attraversando diversi
regimi politici, fasi di decollo o crisi economica, di ricostruzione,
eventi bellici, emergenze, calamità.
Si sono visti programmi di microcredito creati dal presidente Caldera
(1993-98) dopo il drastico aggiustamento del secondo mandato Pérez
(1989-93) e dopo il naufragio del Megaproyecto social (fondato sui
sussidi compensatori diretti), con enfasi sulla funzione del microcredito
per lo sviluppo della microimprenditorialità familiare, crogiuolo
dell’economia solidale, indotto occupazionale dopo una fase
di grandi licenziamenti. Si sono visti poi programmi di microcredito
fatti decollare dal presidente Chavez con enfasi sulla funzione
di emancipazione della donna, e creazione del Banco de la Mujer,
per un rafforzamento del potere degli strati popolari nel contesto
di una politica nazionale fondata su principi e priorità
divergenti rispetto al precedente regime politico.
Diventa anche interessante analizzare un paese come l’Eritrea,
che vive da trent’anni in situazione di guerra, dove il panorama
dei programmi di microcredito non è omogeneamente disastrato
dall’evento bellico (morte dei beneficiari, distruzione dell’ambiente
e dell’economia locale, non reperibilità degli abitanti
che vanno al fronte o sono in fuga o rifugiati nei campi profughi).
Le risposte dei programmi alla guerra sono differenziate a seconda
della zona, della popolazione di riferimento, delle modalità
operative. Sono sospesi alcuni programmi di microcredito che erano
più rigidamente vincolati alla donna capofamiglia senza la
possibilità di sostituzione con altro familiare. Continuano
invece in alcune situazioni i rimborsi di microcredito nel pieno
della calamità bellica per una straordinaria tenuta dei valori
sociali. Ancora, hanno un basso tasso di restituzione programmi
destinati ai reduci che hanno avuto delle ambiguità tra ciò
che doveva essere restituito e ciò che era dato come liquidazione
di guerra.
In altre situazioni, si può vedere come il network organizzativo
del microcredito possa funzionare da network di salvataggio nell’emergenza
(ad esempio, nelle grandi alluvioni in Bangladesh programmi d’emergenza
sono stati attuati dai funzionari della Grameeen Bank) da cui deriva
la necessità di una forte motivazione dei funzionari del
microcredito come operatori sociali.
C) E’ destinato ai cittadini più svantaggiati,
a coloro che hanno meno potere, meno possibilità di partecipare
e incidere nei processi di sviluppo: gli esclusi dall’accesso
al credito.
La mancanza d’accesso al credito, secondo la filosofia del
microcredito, è condizione imprescindibile per il riscatto
dei più poveri dall’immiserimento. Ovvero, siipotizza
che la disponibilità di denaro dia impulso all’attivazione
autonoma, imprenditoriale dei cittadini e ciò permetta di
far decollare una situazione nuova sul piano economico e sociale.
Nella condizione di minor potere degli strati poveri vi è
tutta la questione di genere. La donna non è solo il soggetto
più povero tra i poveri ma è privato delle capacità
necessarie ad agire economicamente. Molte sono le testimonianze
di empowerment della donna a seguito di programmi di microcredito
ma vi sono anche critiche al riguardo da parte di autori schierati
in senso contrario.
D) Permette una visione dei diversi soggetti coinvolti
le cui aspettative possono non coincidere tra di loro (sia nelle
aree di partenza sia nelle aree di destinazione).
Le diverse aspettative sono riconoscibili:
a) nel tipo di sostenibilità richiesta (organizzativa o anche
finanziaria),
b) nelle forme di garanzia imposte (beni patrimoniali/garanti anziché
solo la fiducia).
Le MFI spesso sono vincolanti rispetto al raggiungimento della sostenibilità
finanziaria (la Banca Mondiale tendenzialmente si muove cercando
di orientare a tassi d’interesse che portino presto alla sostenibilità
finanziaria). Alcuni Enti Governativi invece possono essere interessati
alla promozione di stabilità sociale, lotta alla criminalità,
raggiungimento di un più collaborativo rapporto tra istituzioni
e cittadini e mettono in sordina la sostenibilità finanziaria
dell’operazione.
Anche nelle realtà locali di partenza, nel nostro Veneto,
si possono riconoscere le diverse aspettative degli attori: Banche,
Enti, donatori, destinatari finali. Alcuni più sensibili
all’aspetto di politica sociale, altri all’aspetto di
natura finanziaria e/o riduzione degli oneri connessi all’operazione.
E) E’ possibile una valutazione dei risultati
che i programmi producono.
Pur con problemi metodologici connessi all’incidenza di molti
fattori sullo stesso risultato e alle “catene d’impatto”,
nei programmi di microcredito si può avere una lettura abbastanza
oggettiva dei risultati. Gli indicatori d’impatto permettono
di quantificare i risultati valutando numerosi aspetti:
- il lavoro dei microprestatori (aumento di posti di lavoro, incorporazione
- o scorporazione - di lavoro nella famiglia)
- la famiglia, i rapporti tra i sessi e tra generazioni (riduzione
o meno della violenza familiare, empowerment della donna riguardo
alla gestione del denaro )
- l’abitazione/l’igiene (manutenzione della casa, riparazioni,
costruzione di latrine, acquisto di elettrodomestici, comfort e
qualità di vita).
- l’istruzione (più figli a scuola e per un maggior
numero di anni o, al contrario, come effetto perverso, abbandono
scolastico dei minori per il lavoro)
- la salute (acquisto di medicine prima irraggiungibili)
- i mezzi di trasporti personali e per lavoro (bicicletta, furgone,
auto).
ma la definizione degli indicatori è tutt’altro
che conclusa e nuovi indicatori sono allo studio anche presso alcuni
istituti della nostra realtà Veneta.
F) Dal punto di vista della struttura organizzativa
e quindi struttura del processo decisionale il microcredito è
interessante per un futuro cooperante
Normalmente l’organigramma di un programma di microcredito
presenta punti d’incrocio tra le due linee decisionali: quella
proveniente “dall’alto” (autorità dei grandi
istituti finanziari, governi, banche locali, grandi donatori) e
quella proveniente dal “basso” (presidenti eletti dei
gruppi di microcredito, rappresentanti delle ong locali), visibili
in precisi organi e sedi decisionali (per esempio nella struttura
dei comitati). In esso si può capire come siano presenti
nell’organizzazione, attraverso i diversi ruoli, posizioni
gerarchiche e funzioni, le rappresentanze dei diversi attori e il
loro diverso peso nelle decisioni finali. Se ad esempio ci troviamo
di fronte ad un comitato composto da cinque presidenti di gruppo,
un rappresentante di governo, un rappresentante della banca, un
rappresentante della ong nazionale, e il sistema di votazione è
di un voto a testa, potremo dedurre che la base ha una forte possibilità
di incidere sull’approvazione dei programmi e che siamo di
fronte ad una gestione alquanto democratica dei programmi. Se invece
il ruolo del comitato è solo consultivo e la decisione spetta
unicamente al funzionario governativo responsabile delle attività
di microfinanza, la gestione sarà più verticistica.
E’ importante allenare il futuro cooperante allo studio della
struttura organizzativa di un programma per saper analizzare quanto
di decentrato vi sia realmente nei processi decisionali di queste
forme di finanziamento. Dovrà saper scegliere tra programmi
di microcredito attuati in modo più o meno democratico e
non assumere in modo preconcetto che l’intervento attuato
con microcredito sia sempre “socialmente più mirato
” di altri progetti. La capacità di riconoscere quest’aspetto
è sostanziale nell’attuazione dei principi della cooperazione
decentrata dove in primo piano è la democratizzazione dei
processi decisionali.
Cercando l’oggetto d’insegnamento più
adatto ad un giovane cooperante si conclude relativizzando l’oggetto
stesso e facendo piuttosto in modo che lo studente diventi autonomamente
critico e capace di osservare congiuntamente il contenuto di un
programma con le modalità dell’intervento, i requisiti
e le diverse aspettative dei vari soggetti coinvolti nei contesti
di riferimento.
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Intervento Dott. Giorgio Gabanizza
La situazione di crisi a livello mondiale sta
portando la cooperazione a intervenire sempre di più per
l’emergenza piuttosto che per lo sviluppo.
Il mondo è cambiato politicamente e ambientalmente. I catastrofici
processi climatici- provocati dalle emissioni dei paesi sviluppati-
si sono moltiplicati e con loro si sono moltiplicate le richieste
emergenziali. La povertà è aumentata, la forbice
tra i ricchi e i poveri si è allargata e il debito estero
dei Paesi Poveri è aumentato nonostante i lodevoli provvedimenti
intrapresi da alcuni paesi, compreso il nostro.
Se è vero che il nazismo ha provocato circa 60 milioni
di morti con la Seconda Guerra Mondiale (39-45), non va dimenticato
che la diseguale distribuzione delle risorse del pianeta provoca
quasi la stessa cifra di morti ogni anno. Per 2/3 del pianeta
è l’11 settembre ogni giorno moltiplicato per dieci
ma questi morti non trovano cittadinanza sui giornali infatti
in questo infausto giorno in cui morirono oltre 3000 persone per
gli attentati alle due Torri ed al Pentagono la FAO inviava un
comunicato, da nessuno ripreso, che in quel giorno sarebbero morti
5600 bambini di fame come tutti gli altri giorni precedenti e
come ogni altro giorno sucessivo.
La globalizzazione neoliberista con i suoi effetti economici è
fortemente cruenta, ma non si può più affermare
che i suoi effetti nocivi non siano conosciuti. La solidarietà
non basta, occorre la consapevolezza che in un mondo fortemente
globalizzato conviene a tutti non inquinare, non impoverire, non
fare la guerra.
Dobbiamo chiedere alla politica e ai politici, soprattutto in
occasione delle scadenze elettorali in Europa, di rompere i meccanismi
di dominio del nord sul sud del mondo e di dare un forte segno
di risposta alle richieste di vita e di civiltà. Un’azione
politica forte in questa direzione è indispensabile, dichiarando
per esempio di votare solo quei candidati che intendano sconfiggere
e capovolgere le inique proposte politiche che l’Europa
ha fatto a Cancun contro i diritti e la vita dei cittadini del
Sud del mondo.
La politica deve rispondere alla richiesta di risorse (personale
e strutture) per le regioni e gli altri enti locali deputati al
fine di elevare il profilo delle azioni di cooperazione nell’interesse
di tutti, paesi del nord e del sud del mondo.
La nostra realtà si consuma in un mondo interdipendente
dove è possibile costruire una rete di parternariato per
la cooperazione dove tutti i diversi soggetti dello sviluppo costruiscano
una rete cooperativa nella reciprocità degli interessi.
Per quanto riguarda la Cooperazione decentrata questa non può
oggettivamente essere scollegata da quella nazionale (Legge n.
68 19.03.1993) ed europea. La legge regionale ha un’importante
ruolo da svolgere con i soggetti cooperatori, ma vanno sempre
più sollecitati gli enti locali ad utililizzare la norma
che permette loro di stanziare l’otto per mille delle prime
tre voci di entrata corrente per la Cooperazione Decentrata ed
a sollecitare il loro territorio ( scule, saperi, imprese, servizi,
cultura, volontariato, istituzioni, aziende erogatrici di servizi,
cittadini ecc…) ad intervenire in territori amici del Sud
per cooperare anche nella reciprocità degli interessi.
La Cooperazione Decentrata è ancora cenerentola tuttavia
nascono nuove iniziative e si muove qualcosa di positivo.
Il Comune di Verona è stato invitato ad attivare una specifica
area di lavoro denominata “Promozione dei diritti Umani,
Cultura di pace, Cooperazione Decentrata allo Sviluppo e Solidarietà
Internazionale”. Ha risposto positivamente, accogliendo
la proposta, diventanto “Verona-Municipio dei Popoli”.
Così con l’istituzione di una Consulta composta da
Ong, Onlus, Associazioni, sindacati, imprese, istituzioni, Associazioni
d’Immigrati ecc, ha innaugurato una inedita stagione di
Cooperazione Decentrata e di iniziative di pace.
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