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LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE DECENTRATA DEL VENETO
Vicenza 27 marzo 2004

Documento finale


Il 27 marzo 2004 si è tenuta a Vicenza la Conferenza sulla Cooperazione Internazionale e Decentrata. La partecipazione è stata significativa, sono state distribuite 140 cartelline e si sono registrate 30 organizzazioni/Enti/Associazioni Venete del settore (vedi elenco allegato).
Gli interventi dei Relatori sono stati di notevole livello:
ha aperto i lavori Claudio Rizzato, Consigliere Regionale DS - componente della Commissione Cooperazione allo Sviluppo della Regione Veneto;
è seguita la relazione introduttiva di Aldo Prestipino, Presidente di A.So.C.
Si sono succeduti in ordine:
Il Dott. Giancarlo Malavolti, membro del Consiglio Nazionale dell’Associazione Ong Italiane e Presidente del Cocis: “Luci ed ombre della Cooperazione Internazionale italiana”;
Il Dott. Diego Vecchiato, della Direzione Regionale relazioni internazionali del Veneto: “La Cooperazione della regione Veneto: linee e strategie”;
La Dott.ssa Maria Pia Mainardi, Consigliere regionale - Margherita - Vice Presidente della Commissione Cooperazione allo Sviluppo della Regione Veneto: “Cooperazione allo Sviluppo: le problematiche femminili”;
Il Prof. Pier Paolo Faggi, Professore di Geografia Umana, Direttore del Dipartimento di Geografia - Presidente del Corso di Laurea Interfacoltà in Cooperazione allo Sviluppo - Università di Padova. Delegate of university for development cooperation with Africa and Asia,: “Il Corso di Laurea Interfacoltà in Cooperazione allo Sviluppo dell’Università di Padova”;
La Prof.ssa. Giovanna Franca Dalla Costa, Docente di Sociologia generale, Facoltà di Psicologia, e Corso di Laurea in Cooperazione allo Sviluppo - Università di Padova: “I Programmi di Microcredito possono diventare un osservatorio privilegiato per gli studenti di cooperazione”;
Il Dott. Giorgio Gabanizza, Responsabile di Altri Mondi per il Veneto: “La Cooperazione decentrata da cenerentola ad attore fondamentale dello sviluppo”.

La relazione di Aldo Prestipino, dopo aver illustrato lo stato della situazione della cooperazione internazionale allo sviluppo sia in ambito mondiale, che nazionale e regionale, ha proposto agli intervenuti una serie di interrogativi ai quali la Conferenza doveva rispondere:

  • In che modo è possibile attrezzarci per influire sulle politiche internazionali di sviluppo?
  • Le organizzazioni venete sono in grado di influenzare e pesare sulle politiche del nostro Paese in materia di cooperazione e di immigrazione?
  • Si può pensare ad una maggiore qualificazione del settore in Veneto? E’ possibile pensare alla Cooperazione Internazionale veneta come ad un distretto in grado di valorizzare i diversi attori presenti?

A margine la relazione si è soffermata su alcune forme di pietismo che alimentano un’immagine impropria dei paesi poveri.

Negli interventi i relatori non si sono sottratti alle sollecitazioni e hanno illustrato in modo diretto e franco un quadro ulteriormente ricco di conoscenze e spunti di riflessione.
Nel pomeriggio si è data la parola ai presenti: tutti hanno avuto alcuni minuti per farsi conoscere, poi molti sono intervenuti in merito alle questioni all’ordine del giorno.

Prima delle conclusioni un rappresentante della comunità iraniana in Veneto ha presentato un video girato a Bam, straordinaria città distrutta dal terremoto che ha investito l’Iran il 26 dicembre scorso, e ha presentato il progetto di cooperazione che propone la ricostruzione di una scuola.

La conferenza ha fatto emergere le seguenti indicazioni impegnative:
Potenziare la formazione degli operatori nel Veneto, soprattutto di coloro che vanno ad operare all’estero per i quali è indispensabile una qualificazione “professionale” mirata e rigorosa.
Valorizzare nello sviluppo della Cooperazione veneta la presenza di tanti immigrati, spesso molto qualificati, presenti nella nostra regione.
Creare una rete affinché chi opera nel settore si faccia conoscere e sia conosciuto; va valutato se l’Archivio per i diritti umani possa diventare lo strumento utile oppure ne serva un altro;
Ricercare gli strumenti e le modalità che permettano a coloro che operano in un Paese povero, di sapere quali altri attori della Regione sono presenti, creando i presupposti per uno scambio di informazioni, competenze, creazione di tavoli per ogni Paese al fine di stabilire sinergie e meglio definire priorità di progettazione ed intervento (es. a favore delle donne).
Valutare la possibilità di istituire “tavoli Paese” a livello provinciale.
Promuovere un riconoscimento da parte delle Istituzioni per chi opera in Consorzio con altri; ossia offrire degli incentivi a chi lavora con altre organizzazioni.
Analizzare, per chi realizza progetti di cooperazione utilizzando non esclusivamente fondi pubblici, le possibilità e le modalità per ottenere un riconoscimento e/o preferenza da parte delle Istituzioni, tramite elargizione di incentivi.
Valutare l’idoneità di una organizzazione alla realizzazione di ulteriori progetti in un Paese o area in ragione della sua presenza prolungata in loco.
Fare in modo che le priorità della politica regionale all’estero si accordino con le priorità della cooperazione allo sviluppo.
Riflettere sulle differenze normative e finanziarie esistenti tra modalità di cooperazione allo sviluppo e la cooperazione d’emergenza.
Rafforzare la fase di verifica e di monitoraggio dei progetti.
Riflettere collettivamente sulle modalità di raccordo della cooperazione regionale con la cooperazione nazionale ed Europea.
Coinvolgere, per la definitiva affermazione della cooperazione decentrata, tutti gli attori sociali, economici e amministrativi presenti in Regione.
Chiedere alla Regione Veneto di convocare la Conferenza del settore come previsto dalla legge regionale 16 dicembre 1999, n. 55.

ASoC si è resa disponibile, nell’arco di un mese, a raccogliere tutte le proposte emerse; si invitano, pertanto, le Associazioni presenti alla Conferenza, ad inviarle ad ASoC, sottoscritte su propria carta intestata, per farle pervenire unite alla Commissione sulla Cooperazione allo Sviluppo della Regione Veneto, prima che venga approvato il prossimo piano triennale per la Cooperazione decentrata.

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Relazione introduttiva di Rizzato

Dopo anni di discussione sulla cooperazione italiana, di drastiche riduzione degli stanziamenti, si impone oggi una riflessione politica approfondita capace di disegnare con sicurezza una scelta del Paese per i prossimi anni.
L'obiettivo politico è di un forte rilancio della Cooperazione italiana e quindi di una sua indispensabile, urgente e profonda riforma.
l'Italia, per la sua posizione geografica è collocata oggi nel confine più "caldo" tra sviluppo e sottosviluppo. Prima di tutto la pace, la sicurezza e la stessa ordinata crescita civile democratica dell'Italia dipendono in buona parte dallo sviluppo economico, dalla pace e dalla crescita democratica di una intera area che va dal Mediterraneo all'Africa, al Medio Oriente;
c'è infine una ragione politica più generale. Per molte ragioni nel processo in atto di internazionalizzazione della economia, il nostro paese non si colloca oggi ad un livello adeguato. È evidente che il nostro ruolo, il nostro spazio nella competizione economica mondiale dipende dalla capacità dell'Italia di avere una funzione di primo piano per costruire pace e sviluppo, relazioni di amicizia e di collaborazione tra i popoli e i paesi.
Eppure pace, sviluppo, relazioni di amicizia tra i popoli sono il nostro patrimonio per l'Europa; per costruire una Europa non solo fondata sulle regole economico-monetarie, e per far pesare l'Italia in tale costruzione.
Esattamente ciò che non fa il Governo Berlusconi.

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Relazione di Aldo Prestipino

Ringraziamo tutti i relatori per aver accettato il nostro invito ad intervenire, ringraziamo parimenti tutti gli Enti e le organizzazioni che hanno aderito a questo incontro e naturalmente, tutti voi presenti. Ci preme inoltre ringraziare in modo particolare il gruppo consiliare Ds della Regione Veneto e la Federazione Ds di Vicenza per aver sostenuto questa iniziativa senza alcun condizionamento, dandoci carta bianca sui contenuti, sui Relatori e sulla metodologia della conferenza; ringraziamo gli amici di Altri Mondi e di Banca Etica per aver voluto essere al nostro fianco in questa manifestazione.
Nel predisporci ad organizzare questo convegno sapevamo che i temi oggetto di discussione erano tanti, troppi per una sola giornata, e quindi abbiamo sentito la necessità di farci e di proporvi tre ordini di questioni.
1) La situazione socio-economica internazionale, nonostante gli interventi della cooperazione allo sviluppo, non migliora, anzi per molti aspetti peggiora.
Le cause di questo peggioramento sono molte (per es. il peso del debito estero) ma vorrei porre in evidenza come, dopo la caduta del muro di Berlino, ci sia stata un’accentuazione dell’applicazione del modello neoliberale: La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, con i loro piani di aggiustamento strutturale e di politica monetaria, hanno imposto con maggior determinazione, ai paesi debitori, drammatiche riduzioni della domanda e tagli alla spesa sociale.
La possibilità che le crisi debitorie si possano risolvere con politiche neokeynesiane di allargamento della domanda, favorendo un ruolo compensatorio e sociale dello Stato, è desaparecida.
C’è ancora oggi, pur di fronte all’evidenza, una tale pressione mediatica e culturale in un contesto di pensiero unico che chiedere politiche neokeynesiane significa correre il rischio di essere considerati dei comunisti.
Eppure il Giappone, potenza capitalistica riconosciuta, ha gestito il proprio sviluppo mediante politiche totalmente diverse dagli orientamenti che FMI e Banca Mondiale impongono ai paesi poveri; anzi, il Ministro dell’economia giapponese proprio nel periodo (primi anni ’90) in cui il neoliberalismo era l’unica ricetta proposta, ha sentito l’esigenza di uscire dal suo proverbiale riserbo: “… mettendo in guardia Banca Mondiale e FMI contro l’esagerata fiducia che essi accordano ai meccanismi del mercato, contro il loro rifiuto dell’intervento statale, contro la liberalizzazione eccessiva del commercio e delle istituzioni finanziarie e infine, contro il mondo cieco in cui esse concepiscono le privatizzazioni …”. Ma non solo, il Ministero degli affari esteri nipponico condanna anche l’idea che il settore privato debba essere trattato allo stesso modo sia esso nazionale o estero e rileva che “… il passaggio delle industrie di base sotto il controllo di capitali stranieri è una questione estremamente seria e grave...” da Rivista “Third World Economy” Implications of the World Bank Focus on Structural Adjustment, marzo 1993

Per contro le politiche economiche sono sempre più di stampo neoliberale, salvo poi imporre politiche protezionistiche solo a salvaguardia di interessi particolari e contro i paesi più poveri; a tutt’oggi è del tutto evidente che il WTO, l’agenzia per il commercio internazionale, è a guardia di questi interessi.
Le Nazioni Unite sono spesso smentite, screditate o rese non in grado di operare.
Sul piano politico l’uso della forza sembra avere il sopravvento sulla mediazione e sulla cooperazione, la politica della distensione non è più presente nemmeno a livello di dichiarazione formale.

Amita Dramane Traorè, studiosa di fama mondiale e Ministro della cultura del Mali, ha scritto uno straordinario libro (da cui abbiamo tratto la citazione riportata nel retro dell’invito a questa conferenza) edito in Italia con il titolo “la MORSA”, che esplicita in modo esemplare la condizione dei paesi poveri. Sono questi gli scenari nei quali noi operiamo. Sappiamo che non servirà dire - noi lo avevamo detto -, meglio chiedersi cosa sia necessario fare ora. Occorre anche interrogarsi sulle nostre capacità di pesare sulle politiche degli aiuti internazionali e su come attuarle.

2) In Italia, dopo i vergognosi anni della cooperazione piegata all’affarismo e al clientelismo politico (Vedi Somalia - FAI - ricordiamo che Ilaria Alpi è stata uccisa perché stava indagando sull’intreccio fra traffico d’armi, rifiuti tossici e cooperazione), era maturata l’idea di una necessaria modifica delle procedure e della legge. In realtà la legge 49, ancora in vigore, è una legge decente anche se mai applicata pienamente. Dal 1987 sono però passati parecchi anni e l’esigenza di aggiornare la normativa è pressante: l’esperienza per nulla esaltante in Kossovo sta a dimostrarlo. I tentativi per una nuova legge sulla cooperazione non hanno fatto passi in avanti e dobbiamo registrare la continua riduzione dei contributi alla cooperazione, alla quale si aggiunge la recente grave decisione parlamentare di dirottarne il 60% per le spese militari in Iraq.
Come sappiamo, ci sono molti motivi per prendere una forte posizione anche in merito alla politica sull’immigrazione del nostro Paese; contro i centri raccolta per immigrati che diventano luoghi di detenzione per migliaia di persone che hanno la sola colpa di essere migranti.
E’ doveroso per noi e per loro chiedere la vera integrazione, quella che avremmo voluto noi quando eravamo emigrati, quando trovavamo i cartelli fuori dai locali con scritto:” qui non sono ammessi gli italiani”?
Ci si può battere davvero contro i Governi quando le politiche sulla cooperazione che attua sono non solo sbagliate, ma anche pericolose, se dagli stessi Governi dipende il futuro della nostra azione?
Se la cooperazione dipende dai finanziamenti pubblici, può aspirare ad essere autonoma?

Questo argomento ci introduce ad un’altra riflessione: Come si finanzia la cooperazione? E chi la finanzia?
I sostenitori dei progetti restano spesso ignoti: se la Zeta farmaceutici di Vicenza (parliamo di un sottoscrittore di un progetto della nostra organizzazione) ha finanziato un progetto di Cooperazione, è utile che si sappia anche all’esterno?
Farebbe notizia il nome delle migliaia di persone che sostengono un qualche progetto di cooperazione?
Eppure dare rappresentanza a questo popolo potrebbe essere importante! Siamo maturi e preparati per questo?

Quella della guerra preventiva è un gravissimo colpo agli ideali e ai valori che animano la Cooperazione.
Di vite umane, di vita di popoli vorremmo si parlasse sempre, anche quando si pensa a risolvere grandi problemi mondiali con la guerra.
Sembra incredibile ma stiamo parlando di guerra, invece che di pace, di distruzione anziché di sviluppo.
Ancora più grave, oltre al fatto della guerra in se, è che paradossalmente, in questi ultimi decenni, si vanno rafforzando orientamenti di politica internazionale dove la guerra è uno strumento previsto e possibile.
L’orrore e il disastro successivo all’ultima guerra mondiale, che ha spinto gli Stati della ricostruzione a fissare nelle rispettive costituzioni norme ed indicazioni contro ogni forma di guerra, sembra dimenticato.
Si va via via affermando un’idea della guerra possibile, addirittura preventiva e oggettivamente si prepara la prossima, (in Iran per esempio) e di questo passo è facile immaginare gli scenari nei quali anche il nostro Paese sarebbe coinvolto.
Diciamo questo mentre ancora è presente l’eco feroce dell’attentato in Spagna.
Manifestiamo il cordoglio per le persone colpite da questo attentato e la solidarietà con il Popolo spagnolo. Nessuna scusante o copertura può essere data ai terroristi, la vita umana è sacra e al di sopra di ogni motivazione.
Ma per togliere sostegni ed appoggi al terrorismo, occorrono politiche e progetti di pacificazione.

E’ a questo punto doveroso valorizzare: la Cooperazione italiana, l’affermazione del microcredito, il rafforzamento di attori come Banca Etica e il circuito del Mercato equo.
Il Social Forum di Firenze è stato una grande dimostrazione di quanto ricca e grande sia l’attenzione ai temi di cui siamo portatori; abbiamo per questo grandi responsabilità che ci impongono di far crescere la qualità della nostra azione.

Molti di noi sostengono progetti in diversi paesi per costruire scuole, ospedali, centri sociali, ecc, ma qui in Italia, nel Veneto, si chiudono ospedali, si chiudono centri sociali; a Vicenza, per esempio, c’è una mobilitazione a difesa dell’ospedale, (come c’è a Mezzaselva di Roana sull’Altopiano di Asiago) e c’è una forte richiesta all’Amministrazione perché individui spazi sociali per i giovani.
Ci scoppia tra le mani qualche contraddizione?

3) Per quanto riguarda la Cooperazione internazionale a livello regionale, il Veneto è una delle Regioni più attive, ma questa grossa realtà rappresentata da centinaia di Associazioni, conta adeguatamente?
Il panorama veneto vede attori di grande livello impegnati nella cooperazione internazionale: Regione Veneto, Enti Locali, Pro Loco, Agenzie internazionali, Ong, Università, Centri Studi, Sindacati, Organizzazioni di categoria, Consorzi di Microcredito, Banche, Enti ecclesiastici, Ordini religiosi, Parrocchie, Caritas, e centinaia di altre organizzazioni e associazioni.
Un patrimonio ricchissimo di competenze, esperienze e storie, che coinvolge migliaia di persone nella nostra Regione, una ricchezza poco conosciuta all’opinione pubblica, ma che rappresenta un vero e proprio fenomeno sociale con importanti ricadute e presenze nei più diversi Paesi del Sud del Mondo: dobbiamo ammettere che neppure chi ne fa parte la conosce adeguatamente.

Nella cartellina abbiamo inserito del materiale dell’Archivio del Centro dei Diritti Umani di Padova: è un grande strumento che dovremmo utilizzare tutti di più, ma all’interno dell’archivio non figura nemmeno la metà delle organizzazioni operanti nel Veneto.
Quante sono le organizzazioni venete che operano, per esempio, in Chiapas, in Argentina, o in Eritrea?
Quali competenze ci sono? Molti Veneti sono o sono stati ai vertici o hanno comunque lavorato in Agenzie dell’Onu, sono stati a capo di Progetto Paese nei più sperduti angoli della terra. Altri hanno scritto libri o documenti relativi alle tematiche che ci interessano, oggetto di studio a livello internazionale, e qui sono quasi dei perfetti sconosciuti.
L’Ente Regione, in questo contesto, che ruolo gioca e che ruolo può giocare?
La Cooperazione decentrata sembra a noi uno strumento importante, perché Ong, Associazioni di categoria, Enti locali, Imprese, Associazioni, Enti religiosi e laici, rappresentanti di nostre comunità, insieme decidono di realizzare un progetto di cooperazione il cui partner nel Paese di realizzazione è una realtà collettiva formata da Ong locali, Associazioni di categoria, Enti locali, Associazioni, Enti religiosi e laici, rappresentanti di quelle comunità … Si potrebbe anche, e non è una provocazione, discutere con loro del perché i centri sociali sono importanti, perché gli ospedali sono importanti e perché ad una partita di calcio succedono alcuni fatti gravi.
Ma questo tipo di cooperazione a parte qualche interessante eccezione stenta a decollare, perché?
L’Università potrebbe dare un grande contributo di analisi e di ricerca per favorire la crescita del settore.
La Regione e gli Enti locali potrebbero aumentare la capacità di lettura del territorio e migliorando gli aspetti istituzionali di indirizzo e di coordinamento. Vanno valorizzati gli Enti locali (ancora pochi) che nel rispetto della normativa vigente investono in progetti di cooperazione.
La Regione non può essere vista come l’Ente che eroga finanziamenti indipendentemente da politiche di sviluppo di Piani Paese e senza un sufficiente monitoraggio delle azioni e neppure l’Istituzione che distribuisce direttamente cospicue risorse verso altri Paesi, fuori dai criteri della cooperazione.
In realtà negli ultimi anni la Regione Veneto, grazie anche al lavoro della Commissione Cooperazione allo Sviluppo, ha introdotto dei mutamenti utili, tali da spingerci in questa sede ad avanzare la proposta di attivare dei Tavoli Paese che permettano di mettere insieme tutte le realtà venete operanti in una determinata area geografica del sud del mondo. L’obiettivo è di avviare una maggiore aggregazione di forze qui in Veneto e una migliore incisività ed efficacia nei paesi in cui operiamo.

Riepilogando, gli ambiti che abbiamo voluto sottoporre alla nostra e vostra riflessione possono essere così sintetizzati:
- E’ possibile attrezzarci e come per influire sulle politiche di sviluppo internazionali?
- Le organizzazioni Venete sono in grado di influenzare e pesare sulle politiche del nostro Paese in materia di cooperazione e di immigrazione?
- A livello veneto possiamo pensare ad una maggiore qualificazione del settore? E’ possibile pensare al Veneto come ad un distretto in grado di valorizzare i più diversi attori presenti?

C’è un’ultima valutazione sulla quale vorremo soffermarci: non sembra anche a voi che quando si parla dei paesi poveri, si parla solo di fame, guerre, malattie, ecc.? Non sembra anche a voi che ci sia un eccesso di pietismo nella foto del bambino con il muco al naso? Forse aiuta a far cassa, ma fa crescere un’idea del sud del mondo che non è quella reale.
C’è una grande idea pietistica da smantellare? Oppure continuiamo a ballare latinoamericano, ascoltare il jazz, impazzire per il couscous, leggere tutto di Sepulveda, sognare il mar dei Caraibi e coltivare questa idea pietistica del sud del mondo? … delle persone del sud del mondo.

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Sintesi intervento Dott. Giancarlo Malavolti


A seguito della caduta del Muro di Berlino la Banca Mondiale e il Fondo Monetario hanno imposto un modello di globalizzazione di tipo neoliberista, che ha rafforzato i paesi industrializzati ed ha ulteriormente indebolito i paesi poveri.
Il progressivo deterioramento economico, sociale, ambientale ha privilegiato la cooperazione d’emergenza rispetto alla cooperazione allo sviluppo.
Occorre democratizzare i processi di finanziamento pubblico: il problema non risiede nell’eventuale condizionamento che può derivare dall’uso dei fondi pubblici, dei quali non bisogna aver paura, al contrario, è necessario indirizzarli verso criteri di trasparenza.

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Sintesi dell’intervento di Diego Vecchiato

In Italia gli interventi di aiuto umanitario non sempre vengono effettuati nel quadro di iniziative finalizzate - talvolta anche strumentalmente - alla promozione complessiva degli interessi nazionali, come invece fanno altri Paesi.
I diversi enti ed organismi pubblici e privati italiani impegnati nel settore della cooperazione allo sviluppo non riescono ancora ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse disponibili a livello di Unione Europea.
Anche in materia di cooperazione allo sviluppo non bisogna essere pregiudizialmente critici verso le iniziative statali: l’obiettivo deve essere quello di dare attuazione al concetto di “statualità sostenibile”.
L’Assessore regionale ai diritti umani e cooperazione allo sviluppo sta dimostrando concreta attenzione per le istanze provenienti da enti locali, associazionismo e dalle diverse componenti politiche rappresentate in Consiglio regionale.
Tale attenzione si è concretizzata, tra l’altro, nella crescente dotazione di risorse per l’attuazione della legge regionale n. 55/1999, che dai primi programmi triennali in materia di diritti umani e cooperazione allo sviluppo (2001-2003) a quelli attualmente in fase di adozione (2004-2006) sono triplicate, nonostante la generale tendenza al contenimento della spesa pubblica, a livello nazionale ed europeo.
Se il Consiglio regionale procederà rapidamente all’approvazione dei suddetti programmi triennali, è prevedibile che i prossimi bandi per la presentazione di richieste di contributo ai sensi della legge regionale n. 55/1999 saranno pubblicati prima della prossima estate.
Dette richieste dovranno essere presente da “reti” di più soggetti, pubblici e privati, proponenti un medesimo progetto, come è avvenuto nel 2003, con un aumento di quasi il 50% dei progetti presentati.
E’ all’esame un sempre più attento monitoraggio delle iniziative realizzate con il contributo regionale, al fine di impedire un utilizzo improprio delle risorse rese disponibili per attività di cooperazione allo sviluppo.
Non esiste un quadro completamente definito degli enti ed organismi pubblici e privati veneti attivi nel settore della cooperazione decentrata, in conseguenza della enorme diffusione, vivacità e flessibilità operativa di tali attori.
E auspicabile che, come sta avvenendo per gli enti locali, anche l’associazionismo veneto impegnato nel settore della cooperazione attivi sempre più strette forme di coordinamento progettuale ed operativo.
Le attività di cooperazione decentrata non devono considerare solo i tradizionali settori socio-sanitario e della formazione: adeguata attenzione va rivolta anche allo sviluppo di iniziative imprenditoriali e di promozione del microcredito, con il coinvolgimento di imprese, loro associazioni ed istituti bancari.
Gli obiettivi e le priorità stabiliti nel programma triennale 2004-2006 di cooperazione decentrata ed aiuto umanitario sono quelli fissati a livello di Nazioni Unite, a partire dal vertice di Copenaghen sullo sviluppo umano del 1995, fino alla recente Dichiarazione del Millennio.
Andrebbe certamente aumentata la dotazione del personale attualmente impegnato in Regione nelle attività di cooperazione allo sviluppo e, più in generale, di rilievo internazionale; al superamento di tale carenza si sta, peraltro, progressivamente provvedendo, nonostante le limitazioni poste alle assunzioni dai vincoli di bilancio fissati a livello nazionale ed europeo.
Un interessante contributo alle attività della Direzione Regionale Relazioni Internazionali sta altresì venendo dagli stagisti che - con frequenza ormai settimanale - chiedono di poter effettuare un periodo di “praticantato” presso tale Struttura.
Anche a motivo della dotazione organica - che per quanto in aumento non è prevedibile possa essere in tempi brevi ampliata oltre determinati limiti - appaiono di difficile istituzione specifici “Tavoli-Paese” per le attività di cooperazione decentrata allo sviluppo: la quantità e qualità delle iniziative realizzate da enti ed organismi pubblici e privati veneti comporterebbe infatti l’attivazione di un numero non adeguatamente gestibile di detti ”Tavoli”.
Potrebbe invece essere opportunamente considerata l’istituzione a livello di singole Province del Veneto di “Tavoli di Coordinamento” degli interventi di cooperazione decentrata attuati da attori pubblici e privati

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Intervento di Maria Pia Mainardi


La dichiarazione e il Programma d'Azione di Vienna, recita:
"I diritti umani delle donne e delle bambine sono una parte inalienabile, integrante e indivisibile dei diritti umani universali. La piena ed eguale partecipazione delle donne alla vita politica, civile, economica, sociale e culturale a livello nazionale, regionale ed internazionale, e lo sradicamento di ogni forma di discriminazione sessuale sono gli obiettivi prioritari della comunità internazionale"


Lo sforzo attuale delle Nazioni Unite di documentare la reale situazione delle donne in tutto il mondo, ha prodotto alcune statistiche allarmanti sul divario economico e sociale esistente tra le donne e gli uomini.
Il 70% degli 1,3 miliardi di persone che vivono in stato di povertà sono donne.
L'aumento della povertà tra le donne è stato direttamente messo in relazione con la disuguaglianza tra i sessi nel mercato del lavoro, con il trattamento delle donne all'interno dei sistemi di welfare e con la loro condizione e il loro potere nella famiglia.
La maggior parte degli analfabeti al mondo sono donne.
In tutto il mondo, le donne lavorano più ore degli uomini e la maggior parte del lavoro non è retribuito e viene misconosciuto e sottovalutato.

Il concetto di uguaglianza va oltre l'uguale trattamento delle persone. Trattare in egual modo persone che si trovano in situazioni diseguali significa perpetuare piuttosto che sradicare l'ingiustizia.
La vera uguaglianza può emergere solo da un impegno di indirizzo e correzione degli squilibri dovuti alla diversità delle situazioni.
In questo contesto più ampio, il tema I diritti delle donne: una responsabilità di tutti, acquista un significato particolare.

IL RUOLO DELLE ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE E DELLA SOCIETA' CIVILE

I gruppi per i diritti umani e le organizzazioni delle donne hanno da tempo riconosciuto la necessità che i diritti umani siano sostenuti diffusamente.
Le ONG e altri settori della società civile hanno così svolto un ruolo fondamentale nell'informazione e nella formazione delle donne all'interno del contesto della Nazioni Unite.
Questi primi sforzi dei gruppi delle donne, delle organizzazioni non governative, dei ricercatori, dei movimenti delle donne e dei singoli attivisti hanno portato alla creazione e al rafforzamento di legami che si sono consolidati, dimostrando una grande potenza sia a livello nazionale sia internazionale.

Sul tema dei diritti umani delle donne, tra le iniziative più importanti in ambito non governativo, ricordo:

· la campagna mondiale condotta dai gruppi delle donne affinché i temi dei diritti umani delle donne e della violenza contro le donne fossero inseriti a pieno titolo nell'ordine del giorno della Conferenza Mondiale sui Diritti Umani del 1993
· la campagna per il potenziamento dei meccanismi dell'ONU rivolti alla questione della violenza contro le donne, anche attraverso la creazione di un Relatore Speciale sulla Violenza Contro le Donne
· l'iniziativa dei sostenitori dei diritti delle donne per fare sì che i diritti umani costituissero la struttura fondamentale della Piattaforma d'Azione adottata dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne del 1995
· le campagne affinché fossero resi pubblici e documentati gli stupri delle donne come crimini di guerra, sia in Ruanda sia nell'ex Jugoslavia.

Le ONG e le Nazioni Unite sono i partners naturali della lotta per tutti i diritti umani.
E le Nazioni Unite hanno da tempo riconosciuto che le ONG hanno una libertà di movimento e una flessibilità d'azione che permette loro di individuare le questioni critiche più rilevanti.
Il rapporto tra le Nazioni Unite e quei gruppi che lavorano per la realizzazione dei diritti umani delle donne deve essere nutrito e rafforzato.
Questo richiederà lo sviluppo di nuove e creative modalità di cooperazione e collaborazione.

Il World Social Forum 2004 è stato un segnale di speranza in un mondo in continua trasformazione, piegato da conflitti, violenza, disuguaglianze e ingiustizie, soprattutto nei confronti delle donne.
Ha riunito migliaia di persone provenienti da ogni angolo del pianeta, e tante e tante donne, che credono nella possibilità di un mondo migliore.
Ora, nel mondo, 54 paesi sono più poveri di come erano nel 1990 e nel 2002 quasi un miliardo e duecentomila persone vivono in totale povertà, con meno di un dollaro il giorno.
Gran parte di queste persone vive in Asia.
42 milioni di esseri umani hanno contratto il virus dell'HIV, con un numero superiore di donne e bambini, e fra dieci anni saranno più di 100 milioni se non si prenderanno immediate contromisure.

La povertà totale è una violazione dei diritti umani perché priva le persone del diritto alla casa, alle cure mediche e farmacologiche, all'educazione e al nutrimento.

Senza risorse, anche altri diritti umani diventano pura teoria: diritti a processi equi (ricordiamo Sharia e altre), alla libertà di espressione e di opinione e a libere elezioni.

Questa situazione è ineluttabile: il rimedio sta in un maggior rispetto dei diritti umani e il gap fra paesi ricchi e poveri può essere ridotto riformando e rendendo più democratiche le istituzioni internazionali, fra cui il WTO, l'IFI o il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Possiamo rendere tutto ciò una realtà per gran parte del pianeta verificando l'applicazione dei diritti economici e sociali.

Le donne sono le prime vittime della povertà. Come se non bastasse esse debbono sopportare anche la discriminazione a loro riservata in molti paesi e dobbiamo combattere tutti contro questa cultura patriarcale.

Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003, dice:

"Nel mio paese, l'Iran, tale cultura è prevalente: molte donne sono arrivate ad alti livelli sociali, ma sono sempre gli uomini che decidono.
Anche la legge è contro le donne: per il codice penale la vita di una donna vale la metà di quella di un uomo e legalmente la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo."

Altre e numerose sono le discriminazioni nei riguardi delle donne:

  • il tasso di mortalità materna, che registra il numero di gestanti morte - ogni 100.000 nascite - per complicazioni legate alla gravidanza e al parto, nel 2000 è stimato a livello mondiale in 400 donne morte ogni 100.0000 nascite. Più elevato in Africa (830 decessi), in Asia (330 decessi) in Oceania (240 decessi) in America Latina (190 decessi) e paesi industrializzati (20). Nel 2000, i leader del mondo hanno fissato il traguardo di ridurre la mortalità materna di 3/4 entro il 2015, come "Obiettivi di sviluppo del millennio";
  • la discriminazione contro le bambine, è una questione di vita o di morte; un esempio: su un campione di 8.000 aborti effettuati a Bombay, in India, dopo un'amniocentesi, 7.999 riguardavano feti di sesso femminile;
  • in tutta l'Asia meridionale i bambini sono molti più numerosi delle bambine: si calcola che, in tre paesi dell'area, muoiano ogni anno un milione di bambine soltanto a causa del loro sesso e così via……..(meno cure mediche, meno spese);
  • per diventare donne, in molti troppo paesi del mondo, le bambine devono privarsi di una parte di sé, il segno dell'adolescenza femminile è la rinuncia, un taglio doloroso, spesso infetto, un marchio indelebile, una mutilazione: la sunna, l'escissione e l'infibulazione. Sono almeno 40 i paesi in cui è ancora diffusa la pratica delle mutilazioni sessuali sulle bambine: ogni anno due milioni di piccole vittime vanno ad aggiungersi ai 130 milioni di donne che vivono col marchio di queste ferite;
  • a molti anni dalla Conferenza di Pechino, la violenza sulle donne e sulle bambine, anche all'interno della famiglia, è ancora un'emergenza mondiale, lungo tutto il loro ciclo vitale: si va dall'aborto selettivo, alla malnutrizione forzata, alla mancanza di cure mediche e di istruzione, alla prostituzione forzata e alla riduzione in schiavitù, oltre ad altre forme di violenza più "visibili" come lo sfregio con l'acido e il delitto d'onore o la lapidazione.

Desidero finire questo breve ma doloroso escursus con le parole di Anna, infermiera bassanese che più volte è volata in Afghanistan, con Medici senza frontiere:

oggi è venerdì, giorno di riposo e, sono appena tornata da una bella passeggiata con una donna di Ishkashim, lungo il fiume, nei pressi di casa nostra. Un pomeriggio pieno di sole, una distesa senza confine di un bianco accecante e tutt'attorno all'immensa cornice di queste giganti montagne silenziose che spartiscono il cielo. Qua e là un fascio di luce più forte illumina una pezzo di parete rocciosa, rendendola di un colore rosato o un gruppo di case, qualche albero spoglio, un tratto di sentiero ghiacciato, lo spiazzo lungo il fiume dove i bimbi si ritrovano per prendere l'acqua.
Tutto è di un limpido quasi innaturale e malgrado la temperatura quasi sempre sotto i 15 - 20 gradi anche di giorno, credo davvero di essere arrivata in Paradiso.

Ecco, perdonatemi la facile retorica, ma finire questo intervento, in cui ho enumerato le grandi difficoltà delle donne nel mondo, con l'immagine di questa donna italiana, che abbandonata famiglia, lavoro, affetti e comodità, se ne va in questo incantevole paesaggio assieme ad una donna afgana, supportandola nei suoi bisogni primari, mi riempie il cuore di serenità e di speranza.

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Intervento del Prof. Pierpaolo Faggi

La cooperazione decentrata non è solamente un cambio di scala rispetto a quella tradizionale, governativa o multilaterale, le interazioni tra i territori di partenza e quelli di arrivo sono soggetti a una serie di relazioni dagli effetti non totalmente prevedibili.
La cooperazione decentrata implica, invece rispetto a quella accentrata, una rete territoriale di responsabilizzazione degli enti sul territorio di partenza che interagisca con gli enti omologhi sul territorio di arrivo. La costruzione della rete è fondamentale.
Questa rete di coordinamento delle attività nel Veneto non deve servire a incasellare i diversi attori: la cooperazione, come la politica, ha bisogno di partiti, associazioni e movimenti per proporre un’azione efficace.
La cooperazione decentrata non si sostituisce agli interventi statali, le loro funzioni sono diverse e complementari.
Vi è una strana coincidenza di intenti tra il neoliberismo che tende a neutralizzare lo Stato ed alcune frange delle organizzazioni operanti nella cooperazione che la vorrebbero svincolata dalle azioni dello Stato: è una strana alleanza tra i due estremi della cooperazione.
L’importanza del ruolo dell’università risiede nell’azione culturale e formativa che permette la liberazione dai luoghi comuni dell’ignoranza nei confronti dei migranti e in generale degli altri popoli. La flessibilità intesa come conoscenza culturale è il vero valore aggiunto di questa epoca; chi possiede la flessibilità mentale, che si acquisisce con la cultura, può imparare ed adattarsi a qualsiasi attività tecnica.
Questa è la prospettiva che ci ha mossi nell’organizzare il Corso di Laurea triennale in “Cooperazione allo Sviluppo”, che intende rispondere all’esigenza di un mercato del lavoro flessibile e mobile qual è quello della cooperazione internazionale. Obiettivo del Corso è la formazione di operatori dotati di una competenza multidisciplinare (è un corso che coinvolge 6 facoltà: Agraria, Lettere e filosofia, Psicologia, Scienze della Formazione, Scienze politiche, Scienze statistiche) che, nella progettazione e gestione dei processi di sviluppo, siano in grado di integrare abilità specifiche diverse (analitiche, formative, relazionali) e di interagire con esperti di discipline diverse. Una formazione che sia solida sul piano culturale – vero atout per un settore che necessita di flessibilità e di capacità di autoapprendimento – ma che abbia anche significativi contatti con il variegato mondo del lavoro.
Nel loro complesso, le attività formative consentiranno allo studente di acquisire competenze corrispondenti ad uno dei tre indirizzi previsti dal Corso di laurea:
1) Indirizzo in Sviluppo rurale: il percorso si propone di sviluppare le abilità di base per l’analisi interdisciplinare delle relazioni tra risorse ambientali e sistemi socio-economici rurali nella prospettiva di promuovere uno sviluppo sostenibile che sia basato sulle specificità locali. Si intende inoltre far acquisire le basi culturali e tecnico professionali per affrontare la progettazione in ambiti istituzionali -quelli rurali- difficili e con scarse risorse economiche.
2) Indirizzo in Cooperazione decentrata: il percorso si propone di sviluppare le abilità di base (funzionamento della cooperazione decentrata, dinamiche di gruppo e di comunità, politiche e dinamiche sociali sul territorio) per favorire la promozione e la partecipazione delle comunità interessate, rispondendo al decentramento in atto nelle politiche di sviluppo, sia nei Paesi donatori che nei Paesi destinatari.
3) Indirizzo in Cooperazione economica: il percorso si propone di sviluppare le abilità di base nelle seguenti direzioni: conoscenze sul diritto e l’economia degli scambi commerciali e finanziari internazionali relativi sia alle imprese for profit che alle organizzazioni no-profit; conoscenze sul funzionamento e le politiche delle istituzioni economiche internazionali coinvolte nella cooperazione allo sviluppo, nonché sul funzionamento e la gestione finanziaria delle ONG impegnate nei processi di sviluppo; conoscenze sui metodi di valutazione dei programmi e dei progetti di sviluppo, inclusa la valutazione degli impatti sui contesti locali coinvolti.
Il progetto vuole soddisfare una specifica esigenza di professionalità in un ambito del mercato del lavoro – quello della cooperazione allo sviluppo- che nel corso di quest’ultimo decennio si sta rivelando sempre più esigente. Da un lato, infatti, è alta la richiesta di interventi mirati e qualificati di sviluppo e di promozione umana (per effetto di un contesto mondiale in continuo cambiamento e caratterizzato da situazioni di forte squilibrio socioeconomico e politico-istituzionale); dall’altro è risultato mancante, fino ad anni recentissimi, un apposito percorso formativo universitario di primo livello capace di preparare adeguatamente la figura del cooperante internazionale che sappia programmare e gestire le svariate iniziative che gli Enti locali, il terzo settore e anche il settore profit stanno mettendo in campo. Queste iniziative assumono un particolare significato per la realtà veneta, sia per la crescita della cooperazione decentrata allo sviluppo (si veda a questo proposito quanto previsto dalla L.R. 16 dic. 1999, n.55), sia per la forte tradizione regionale nel campo dell’associazionismo solidaristico, sia infine per il generale processo di internazionalizzazione in corso nel “sistema veneto” (delocalizzazione produttiva, immigrazione, ecc.). Proprio per questo, a partire dall’attuazione della Riforma universitaria nel 2001/02, l’Università di Padova ha attivato il C.di L. triennale in “Cooperazione allo sviluppo”, unico per il Triveneto.
Il Corso di Laurea conta su una partnership -che funge anche da Comitato di indirizzo di CSV- che permette di rafforzare lo scambio ed il confronto tra mondo accademico, mondo del lavoro e territorio. Il Comitato è composto da esponenti di enti diversamente impegnanti nella cooperazione allo sviluppo, quali: Divisione Università di Unindustria Veneto, area Progettazione di Banca etica, ANCI Veneto, il Land Tenure Service/Sustainable Development Dept. Della FAO, area progettazione del Movimento Laici America Latina (MLAL), Movimento Volontariato Italiano (MOVI), ISCOS-CISL, Dipartimento Relazioni Internazionali della Regione Veneto. Al Comitato viene sottoposto per un parere, in fase di programmazione annuale, il piano delle attività didattiche; il Comitato è anche coinvolto nell’organizzazione e nello svolgimento dei 2 Seminari di orientamento previsti da CSV.

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Intervento Prof.ssa Giovanna Franca Dalla Costa

Nei percorsi formativi della cooperazione decentrata occorre tenere presenti due aspetti:
a) che vi sia un idoneo supporto istituzionale e organizzativo nella realtà di partenza, nel nostro caso il Veneto, per tradurre in programmi concreti quanto si insegna ai giovani cooperanti
b) che l’insegnamento verta particolarmente su contenuti e metodologie che abbiano dimostrato flessibilità e adattabilità ai bisogni espressi dalle organizzazioni e rappresentanze di base nelle realtà di destinazione.
Occorre trovare vie appropriate per costruire un sapere non disgiunto dall’esperienza locale e internazionale per cui diventa importante la scelta degli argomenti. Bisogna selezionare oggetti:
1. rilevanti in quanto a capacità di incidere nel sociale
2. capaci di muovere l’attenzione internazionale,
3. descrivibili attraverso osservatori reali, nello specifico delle singole realtà locali ma anche nella varietà/complessità dei modelli che si è prodotta nelle diverse situazioni,
4. che abbiano metodologie riconoscibili e già osservabili nelle loro implicazioni sul territorio,
5. che abbiano profili di realizzazione abbastanza numerosi, e quindi ampie casistiche, per poter individuare quali elementi abbiano portato al successo o all’insuccesso delle iniziative, all’accoglimento o alla critica/rifiuto da parte dei destinatari,
6. prioritariamente orientati agli strati più svantaggiati delle popolazioni,
7. capaci di produrre nei futuri cooperanti identificazione verso quei soggetti che vorremmo aiutare ad influire maggiormente nei percorsi di sviluppo.

Ho scelto di dedicare ai programmi di microcredito una parte significativa del corso di sociologia. Tale osservatorio mi sembra permetta di condurre analisi e verifiche di certo rilievo, ampiezza e concretezza, sollecitando anche riflessioni da parte degli studenti.

Quando si parla di microcredito ci si riferisce, com’è ormai noto a molti, a “l’insieme dei programmi che forniscono credito e altri servizi finanziari ed aziendali (inclusi servizi per il risparmio ed assistenza tecnica) a persone molto povere, per il lavoro autonomo”.
Tali interventi finanziari si configurano come strumenti di lotta alla povertà e sono destinati a popolazioni svantaggiate. Per la maggior parte sono destinati a donne povere. Generalmente vi è una base fiduciaria della garanzia e l’organizzazione è fondata sul gruppo. Oggi però assistiamo a tipologie variegate e miste (molti programmi sono di tipo individuale o richiedono garanzie di tipo patrimoniale).

I programmi di microcredito sono iniziati con l’economista M.Yunus in Bangladesh negli anni settanta ma è solo negli anni novanta che si sono imposti all’attenzione internazionale. Si è prodotto in tale decennio un ampio sostegno istituzionale che si sta consolidando tanto più quanto si stanno cercando sinergie tra rendimento finanziario dell’investimento ed efficacia nella lotta alla povertà.
I Microcredit Summit del 1997 e 1999, la costituzione nel 1995 del Consultative Group to Assist the Poorest (consorzio che riunisce 29 agenzie ed è preposto alla diffusione delle metodologie di microfinanza con sede presso la Banca Mondiale), il pronunciamento della Comunità Europea, nel 1998, al Consiglio e al Parlamento Europeo in favore “dell’accesso alla microfinanza per gli indigenti” sono eventi che hanno avuto una ricaduta positiva nel sostegno istituzionale offerto a questi interventi.

Per quanto concerne la nostra realtà di partenza, il Veneto, non vi è dubbio che i giovani cooperanti possano trovare oggi sostegno a progetti di questo tipo. Anzi, il Veneto è tra le prime regioni ad aver creato strutture a questo dedicate. La prima Banca Etica, nata a Padova, riserva una parte delle sue attività al microcredito, ma anche Banche commerciali hanno ormai specifici spazi per questo e, ancora, con il Consorzio Ethimos e vari Enti locali si può descrivere un panorama istituzionale sempre più aperto ad inserire nei programmi di cooperazione settori di microfinanza.

Per quanto concerne le realtà di destinazione, il microcredito diventa un idoneo osservatorio alla luce di alcune considerazioni.

A) Permette di spaziare con osservazioni concrete in diverse realtà statali/locali e diverse culture.
Non è legato ad un singolo contesto nazionale. Sperimentato in Bangladesh nei primi anni settanta è presente oggi in oltre 100 paesi (dall’India al Venezuela alla Colombia al Kosovo agli Stati Uniti) attraversando culture molto diverse. A volte siamo di fronte a duplicazioni di un modello, come nel caso del modello Grameen Bank presente in oltre 50 paesi. In altri casi, invece, siamo di fronte a programmi attuati in modo diverso nelle differenti situazioni. Con gli studenti si potranno individuare allora i diversi requisiti, modalità d’intervento e aspettative connessi ad aspetti di natura culturale. Ad esempio, risulterà che in alcuni paesi latinoamericani il gruppo solidale è accolto con poca convinzione mentre il gruppo è una modalità consolidata in paesi asiatici quali il Bangladesh. O ancora, ciò che può essere richiesto ad una donna allevatrice in un programma di microcredito in India (ad es. mungere il latte nell’aia di fronte a tutte le donne) può non essere proponibile in Venezuela. Qui saranno più efficaci programmi che facciano leva su valori quali le capacità gestionali di piccoli imprenditori piuttosto che la “lotta alla povertà”. Una stessa proposta può essere rifiutata o accettata nei diversi contesti sociali: il rischio è di arrivare con un pacchetto di proposte inadeguate (sono state criticate alcune proposte formative connesse a programmi di microcredito in Kosovo perché ipotizzavano un livello culturale troppo basso).

B) Dimostra una buona tenuta di fronte ad importanti modificazioni del quadro storico-politico attraversando diversi regimi politici, fasi di decollo o crisi economica, di ricostruzione, eventi bellici, emergenze, calamità.
Si sono visti programmi di microcredito creati dal presidente Caldera (1993-98) dopo il drastico aggiustamento del secondo mandato Pérez (1989-93) e dopo il naufragio del Megaproyecto social (fondato sui sussidi compensatori diretti), con enfasi sulla funzione del microcredito per lo sviluppo della microimprenditorialità familiare, crogiuolo dell’economia solidale, indotto occupazionale dopo una fase di grandi licenziamenti. Si sono visti poi programmi di microcredito fatti decollare dal presidente Chavez con enfasi sulla funzione di emancipazione della donna, e creazione del Banco de la Mujer, per un rafforzamento del potere degli strati popolari nel contesto di una politica nazionale fondata su principi e priorità divergenti rispetto al precedente regime politico.
Diventa anche interessante analizzare un paese come l’Eritrea, che vive da trent’anni in situazione di guerra, dove il panorama dei programmi di microcredito non è omogeneamente disastrato dall’evento bellico (morte dei beneficiari, distruzione dell’ambiente e dell’economia locale, non reperibilità degli abitanti che vanno al fronte o sono in fuga o rifugiati nei campi profughi). Le risposte dei programmi alla guerra sono differenziate a seconda della zona, della popolazione di riferimento, delle modalità operative. Sono sospesi alcuni programmi di microcredito che erano più rigidamente vincolati alla donna capofamiglia senza la possibilità di sostituzione con altro familiare. Continuano invece in alcune situazioni i rimborsi di microcredito nel pieno della calamità bellica per una straordinaria tenuta dei valori sociali. Ancora, hanno un basso tasso di restituzione programmi destinati ai reduci che hanno avuto delle ambiguità tra ciò che doveva essere restituito e ciò che era dato come liquidazione di guerra.
In altre situazioni, si può vedere come il network organizzativo del microcredito possa funzionare da network di salvataggio nell’emergenza (ad esempio, nelle grandi alluvioni in Bangladesh programmi d’emergenza sono stati attuati dai funzionari della Grameeen Bank) da cui deriva la necessità di una forte motivazione dei funzionari del microcredito come operatori sociali.

C) E’ destinato ai cittadini più svantaggiati, a coloro che hanno meno potere, meno possibilità di partecipare e incidere nei processi di sviluppo: gli esclusi dall’accesso al credito.
La mancanza d’accesso al credito, secondo la filosofia del microcredito, è condizione imprescindibile per il riscatto dei più poveri dall’immiserimento. Ovvero, siipotizza che la disponibilità di denaro dia impulso all’attivazione autonoma, imprenditoriale dei cittadini e ciò permetta di far decollare una situazione nuova sul piano economico e sociale.
Nella condizione di minor potere degli strati poveri vi è tutta la questione di genere. La donna non è solo il soggetto più povero tra i poveri ma è privato delle capacità necessarie ad agire economicamente. Molte sono le testimonianze di empowerment della donna a seguito di programmi di microcredito ma vi sono anche critiche al riguardo da parte di autori schierati in senso contrario.

D) Permette una visione dei diversi soggetti coinvolti le cui aspettative possono non coincidere tra di loro (sia nelle aree di partenza sia nelle aree di destinazione).
Le diverse aspettative sono riconoscibili:
a) nel tipo di sostenibilità richiesta (organizzativa o anche finanziaria),
b) nelle forme di garanzia imposte (beni patrimoniali/garanti anziché solo la fiducia).
Le MFI spesso sono vincolanti rispetto al raggiungimento della sostenibilità finanziaria (la Banca Mondiale tendenzialmente si muove cercando di orientare a tassi d’interesse che portino presto alla sostenibilità finanziaria). Alcuni Enti Governativi invece possono essere interessati alla promozione di stabilità sociale, lotta alla criminalità, raggiungimento di un più collaborativo rapporto tra istituzioni e cittadini e mettono in sordina la sostenibilità finanziaria dell’operazione.
Anche nelle realtà locali di partenza, nel nostro Veneto, si possono riconoscere le diverse aspettative degli attori: Banche, Enti, donatori, destinatari finali. Alcuni più sensibili all’aspetto di politica sociale, altri all’aspetto di natura finanziaria e/o riduzione degli oneri connessi all’operazione.

E) E’ possibile una valutazione dei risultati che i programmi producono.
Pur con problemi metodologici connessi all’incidenza di molti fattori sullo stesso risultato e alle “catene d’impatto”, nei programmi di microcredito si può avere una lettura abbastanza oggettiva dei risultati. Gli indicatori d’impatto permettono di quantificare i risultati valutando numerosi aspetti:
- il lavoro dei microprestatori (aumento di posti di lavoro, incorporazione - o scorporazione - di lavoro nella famiglia)
- la famiglia, i rapporti tra i sessi e tra generazioni (riduzione o meno della violenza familiare, empowerment della donna riguardo alla gestione del denaro )
- l’abitazione/l’igiene (manutenzione della casa, riparazioni, costruzione di latrine, acquisto di elettrodomestici, comfort e qualità di vita).
- l’istruzione (più figli a scuola e per un maggior numero di anni o, al contrario, come effetto perverso, abbandono scolastico dei minori per il lavoro)
- la salute (acquisto di medicine prima irraggiungibili)
- i mezzi di trasporti personali e per lavoro (bicicletta, furgone, auto).

ma la definizione degli indicatori è tutt’altro che conclusa e nuovi indicatori sono allo studio anche presso alcuni istituti della nostra realtà Veneta.

F) Dal punto di vista della struttura organizzativa e quindi struttura del processo decisionale il microcredito è interessante per un futuro cooperante
Normalmente l’organigramma di un programma di microcredito presenta punti d’incrocio tra le due linee decisionali: quella proveniente “dall’alto” (autorità dei grandi istituti finanziari, governi, banche locali, grandi donatori) e quella proveniente dal “basso” (presidenti eletti dei gruppi di microcredito, rappresentanti delle ong locali), visibili in precisi organi e sedi decisionali (per esempio nella struttura dei comitati). In esso si può capire come siano presenti nell’organizzazione, attraverso i diversi ruoli, posizioni gerarchiche e funzioni, le rappresentanze dei diversi attori e il loro diverso peso nelle decisioni finali. Se ad esempio ci troviamo di fronte ad un comitato composto da cinque presidenti di gruppo, un rappresentante di governo, un rappresentante della banca, un rappresentante della ong nazionale, e il sistema di votazione è di un voto a testa, potremo dedurre che la base ha una forte possibilità di incidere sull’approvazione dei programmi e che siamo di fronte ad una gestione alquanto democratica dei programmi. Se invece il ruolo del comitato è solo consultivo e la decisione spetta unicamente al funzionario governativo responsabile delle attività di microfinanza, la gestione sarà più verticistica.
E’ importante allenare il futuro cooperante allo studio della struttura organizzativa di un programma per saper analizzare quanto di decentrato vi sia realmente nei processi decisionali di queste forme di finanziamento. Dovrà saper scegliere tra programmi di microcredito attuati in modo più o meno democratico e non assumere in modo preconcetto che l’intervento attuato con microcredito sia sempre “socialmente più mirato ” di altri progetti. La capacità di riconoscere quest’aspetto è sostanziale nell’attuazione dei principi della cooperazione decentrata dove in primo piano è la democratizzazione dei processi decisionali.

Cercando l’oggetto d’insegnamento più adatto ad un giovane cooperante si conclude relativizzando l’oggetto stesso e facendo piuttosto in modo che lo studente diventi autonomamente critico e capace di osservare congiuntamente il contenuto di un programma con le modalità dell’intervento, i requisiti e le diverse aspettative dei vari soggetti coinvolti nei contesti di riferimento.

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Intervento Dott. Giorgio Gabanizza

La situazione di crisi a livello mondiale sta portando la cooperazione a intervenire sempre di più per l’emergenza piuttosto che per lo sviluppo.
Il mondo è cambiato politicamente e ambientalmente. I catastrofici processi climatici- provocati dalle emissioni dei paesi sviluppati- si sono moltiplicati e con loro si sono moltiplicate le richieste emergenziali. La povertà è aumentata, la forbice tra i ricchi e i poveri si è allargata e il debito estero dei Paesi Poveri è aumentato nonostante i lodevoli provvedimenti intrapresi da alcuni paesi, compreso il nostro.
Se è vero che il nazismo ha provocato circa 60 milioni di morti con la Seconda Guerra Mondiale (39-45), non va dimenticato che la diseguale distribuzione delle risorse del pianeta provoca quasi la stessa cifra di morti ogni anno. Per 2/3 del pianeta è l’11 settembre ogni giorno moltiplicato per dieci ma questi morti non trovano cittadinanza sui giornali infatti in questo infausto giorno in cui morirono oltre 3000 persone per gli attentati alle due Torri ed al Pentagono la FAO inviava un comunicato, da nessuno ripreso, che in quel giorno sarebbero morti 5600 bambini di fame come tutti gli altri giorni precedenti e come ogni altro giorno sucessivo.
La globalizzazione neoliberista con i suoi effetti economici è fortemente cruenta, ma non si può più affermare che i suoi effetti nocivi non siano conosciuti. La solidarietà non basta, occorre la consapevolezza che in un mondo fortemente globalizzato conviene a tutti non inquinare, non impoverire, non fare la guerra.
Dobbiamo chiedere alla politica e ai politici, soprattutto in occasione delle scadenze elettorali in Europa, di rompere i meccanismi di dominio del nord sul sud del mondo e di dare un forte segno di risposta alle richieste di vita e di civiltà. Un’azione politica forte in questa direzione è indispensabile, dichiarando per esempio di votare solo quei candidati che intendano sconfiggere e capovolgere le inique proposte politiche che l’Europa ha fatto a Cancun contro i diritti e la vita dei cittadini del Sud del mondo.
La politica deve rispondere alla richiesta di risorse (personale e strutture) per le regioni e gli altri enti locali deputati al fine di elevare il profilo delle azioni di cooperazione nell’interesse di tutti, paesi del nord e del sud del mondo.
La nostra realtà si consuma in un mondo interdipendente dove è possibile costruire una rete di parternariato per la cooperazione dove tutti i diversi soggetti dello sviluppo costruiscano una rete cooperativa nella reciprocità degli interessi.
Per quanto riguarda la Cooperazione decentrata questa non può oggettivamente essere scollegata da quella nazionale (Legge n. 68 19.03.1993) ed europea. La legge regionale ha un’importante ruolo da svolgere con i soggetti cooperatori, ma vanno sempre più sollecitati gli enti locali ad utililizzare la norma che permette loro di stanziare l’otto per mille delle prime tre voci di entrata corrente per la Cooperazione Decentrata ed a sollecitare il loro territorio ( scule, saperi, imprese, servizi, cultura, volontariato, istituzioni, aziende erogatrici di servizi, cittadini ecc…) ad intervenire in territori amici del Sud per cooperare anche nella reciprocità degli interessi. La Cooperazione Decentrata è ancora cenerentola tuttavia nascono nuove iniziative e si muove qualcosa di positivo.
Il Comune di Verona è stato invitato ad attivare una specifica area di lavoro denominata “Promozione dei diritti Umani, Cultura di pace, Cooperazione Decentrata allo Sviluppo e Solidarietà Internazionale”. Ha risposto positivamente, accogliendo la proposta, diventanto “Verona-Municipio dei Popoli”. Così con l’istituzione di una Consulta composta da Ong, Onlus, Associazioni, sindacati, imprese, istituzioni, Associazioni d’Immigrati ecc, ha innaugurato una inedita stagione di Cooperazione Decentrata e di iniziative di pace.

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