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Il viaggio in PERU'

 

Ecco perché ripartirei domani

Per riuscire in una comunicazione la più efficace ed immediata possibile, che deve già fare a meno della presenza fisica personale, ho deciso innanzitutto di rileggere i miei appunti di viaggio e poi di trascurare tutta la dimensione meramente turistico-informativa che non ha certo rappresentato la peculiarità di questo viaggio.
Cercherò quindi di non parlare di tutto quello che ho imparato circa la cultura, la storia, la vita del popolo peruviano: pur essendo stata per me questa una parte importante, non è stata però quella fondamentale e d’altronde essa può anche essere appresa in modo mediato su libri, guide, racconti,………saltando il passaggio dell’immersione diretta fra la gente locale.

Dunque, per prima cosa vorrei dire che se ci si pongono obiettivi turistici e cioè di conoscenza, la completezza che offre un tale viaggio di turismo responsabile mi sembra indispensabile: il succedersi e l’intrecciarsi di vari e diversi livelli di conoscenza scandiscono i ritmi quotidiani e possono ampiamente soddisfare le esigenze e i desideri di ognuno o addirittura far capire ad ognuno ciò di cui veramente non si può fare a meno. Ho molto apprezzato la varietà e molteplicità dei contenuti del viaggio: l’approccio storico, l’approccio geografico-geologico-ecologico, quello faunistico-esotico, quello culturale e popolare, quello gastronomico,……..; personalmente già dopo i primi giorni, mi sono accorta che non avrei più potuto procedere alla visita del paese senza potere avere altri incontri con la sua gente. Dopo l’esperienza intensa delle due comunità Los Angeles e Japon nella Lima dei “pueblos jovenes”, incontri durante i quali ho capito subito di essere una privilegiata nell’avere la possibilità di ascoltare da viva voce quello che la media delle persone ignora o nel migliore dei casi conosce in base a qualche rara e sporadica informazione scritta, abbiamo poi affrontato un periodo di lunghi spostamenti verso Paracas e Ica. Sono stati due giorni (un periodo di tempo relativamente breve quindi) durante i quali ho patito la mancanza di contatti veri: ricordo di avere nitidamente percepito tale sensazione quando, sulle dune di Ica, ho avvistato da lontano due ragazzi peruviani; in quel momento ho sentito di essere stata privata di qualcosa, la cui astinenza mi metteva a disagio. Era come intrufolarsi in casa di un estraneo in punta di piedi e pretendere di poter fare deduzioni veritiere sulla sua persona semplicemente osservando la natura e la disposizione degli oggetti presenti, i colori scelti, le foto appese……tutti elementi che al contrario possono non essere affatto tenuti in conto dal proprietario; è comunque una sensazione sgradevole perché non sai se sarai legittimamente accolto o giustamente cacciato; gravava su di me quasi un senso di colpa, anche se questo rimaneva in secondo piano, perché più importante per me, e diventato come un’esigenza, era l’incontro con l’altro. Ovviamente parlo di un tipo di dialogo paritetico che ha potuto solo verificarsi durante i vari previsti incontri, ma che assolutamente non poteva certo riguardare lo scambio di sguardi e parole per strada con ambulanti, bambini in posa per le foto, mendicanti,…., momenti in cui ci si sentiva piuttosto a disagio perché definiti erano i rapporti di potere tra le persone, necessariamente catalogate in schemi del tipo occidentale-indigeno, bianco-meticcio, turista-locale, ricco-povero,……, con tutto ciò che di sbagliato e ingiusto ne consegue.

Forse ciò che più mi ha sorpreso sono le tante contraddizioni del Perù. Non avrei mai pensato, ad esempio, che insieme a paesaggi da cartolina, ad altitudini proibitive, vi fossero anche inquinamento e spazzatura in dosi massicce oppure tanta povertà e rassegnazione in un paese dalle molte risorse e potenzialità (chissà perché, ma si tende spesso a pensare a un paese povero come povero di materie prime e risorse appunto, insomma povero per cause naturali e per questo più “innocenti” e non piuttosto a un paese “impoverito” per la cattiva e colposa ridistribuzione della ricchezza, da imputarsi quindi a responsabilità politiche ben precise). Sono stati però proprio questi contrasti ad alimentare in me speranza ed ottimismo: mi sembrava infatti di passare continuamente da un’immagine di come è ora il Perù a quella di come potrebbe essere/di come sarà; proprio perché “i conti non tornavano” ho capito che ciò che stavo osservando erano solo cose e persone in transizione, la cui fisionomia è certo destinata a mutare.

Lasciando ora da parte discorsi più intimisti, vorrei anche ricordare due momenti, probabilmente per me i più emozionanti: due “Machu Picchu” dell’anima.
Il primo, l’incontro con i bambini lavoratori di Ica, mi ha insegnato che stessi ideali possono avere forme diverse, forse anche apparentemente contrapposte; anche se poteva sembrare che fosse nata una discussione, a proposito del lavoro minorile, tra il “partito occidentale abolizionista e proibizionista” da una parte e quello locale “della liberalizzazione e legalizzazione” dall’altra, in realtà mi sono sentita vicino a quanto questi bambini-adolescenti sostenevano. E cioè che comunque occorre partire dalla realtà, fare i conti con essa nell’immediato e nel breve periodo e accettarne i necessari compromessi, senza però che ciò tolga valore e forza alle mete ideal-teoriche che ci guidano invece nel più lungo periodo. Ovvero, nel concreto, il fatto che non si volesse l’eliminazione del lavoro minorile, ma il suo inserimento in un quadro legale di non sfruttamento, mi è apparso un ottimo punto di partenza, probabilmente l’unico praticabile in un contesto in cui i soldi che i bambini portano a casa sono un’irrinunciabile integrazione al reddito della famiglia e quindi essenziali perché gli stessi bambini possano andare a scuola e pagarsi gli studi (lavoro e scuola non come due elementi che si escludono a vicenda, piuttosto il primo funzionale al secondo).
Il secondo, l’ascolto delle donne di Calapuja e la pur modesta e parziale condivisione dei loro ambienti e cibi quotidiani (in realtà era chiaro come noi fossimo comunque alloggiati e nutriti in condizioni privilegiate, non certo quindi letteralmente “quotidiane”). Ciò che più mi ha colpito è stata l’intensità dei ringraziamenti da parte di queste donne dopo che anche noi avevamo loro raccontato, ognuno individualmente, chi fossimo, di che cosa ci occupassimo nella vita e perché fossimo in Perù. Ovviamente a me sembrava che, in confronto ai loro racconti sentiti, i nostri contributi fossero solo delle gran banalità; quando però dopo ci siamo tutti salutati ed io ho visto i loro occhi colmi di gratitudine, ho pensato che forse anche per loro l’incontro fosse stato carico di emozioni e che forse l’unica vera differenza tra i nostri racconti ed i loro fosse l’esperienza del dolore: le donne di Calapuja conoscevano quotidianamente la sofferenza, noi no.

Certo dopo aver iniziato a scrivere non smetterei più….

Voglio da ultimo ringraziare chi ha reso possibile questo viaggio secondo le modalità con cui si è svolto, penso in particolare a Gigi e in tal senso sento di poter dare un consiglio: la garanzia di una presenza simile per futuri viaggi.


Grazie a tutti
Zita.

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