testimonianza di una
viaggiatrice
Ogni nuovo viaggio è sicuramente una nuova esperienza
ed un arricchimento, e il viaggio in Perù non ha fatto
eccezione, ma anzi ha avuto un "valore aggiunto": è
stato un viaggio "responsabile", cioè che mi
ha reso consapevole della realtà del Paese che ho visitato
e delle persone che lo abitano perché mi ha consentito
di conoscere aspetti che vanno al di là del Perù
archeologico (peraltro interessantissimo), ma anche situazioni
sociali di degrado fuori dai comuni itinerari turistici.
Tralasciando il "resoconto" delle visite cosiddette
"culturali ed artistiche", vorrei illustrare solamente
l'aspetto più "sociale" del viaggio.
La visita alle comunità incluse nei progetti A.So.C. mi
ha fatto conoscere realtà di cui avevo sentito parlare,
ma in maniera molto vaga e …lontana; forse perché
ai tempi in cui avvenivano certi fatti (regime militare, persecuzioni
e repressioni di Sendero Luminoso e lotte dei guerriglieri Tupac
Amaru) io ero ancora giovane o forse perché, essendo geograficamente
lontani da noi, non facevano notizia. Ma al ritorno dal viaggio
viene la voglia di leggere e informarsi per approfondire gli argomenti
che hai "toccato con mano".
Il primo contatto è stata la visita ai "pueblos Jovenes"
di Ica, dove abbiamo parlato con i bambini-lavoratori che vivono
e crescono in situazioni di estremo degrado fisico e psicologico,
in abitazioni costruite in cartone e lamiera, senza servizi igienici,
senza luce, in mezzo a strade polverose. Dopo un primo momento
di timidezza e forse anche di imbarazzo riusciamo a dialogare
per far capire loro perché siamo lì e quale tipo
di turismo stiamo facendo. Essi ci raccontano la loro giornata,
fatta di lavoro nei campi con i genitori al mattino e di studio
al pomeriggio. Qui i bambini iniziano a lavorare in tenera età,
5-6 anni, e lo scopo dei progetti, come quelli sostenuti dall'A.So.C,
non è di impedire che lavorino (le famiglie sono numerose
e hanno bisogno di sostentamenti), ma di sensibilizzarli ai loro
diritti di bambini anche per recuperare la loro dignità
di bambini-lavoratori, fornendo loro capacità lavorative
per piccole attività che possano svolgere portando aiuto
alla famiglia, ma togliendoli dai lavori pesanti e pericolosi.
Inoltre i progetti mirano a sensibilizzare gli enti istituzionali
ed amministrativi affinché si facciano carico di curare
gratuitamente i bambini malati. Dopo una mattinata di permanenza
nella comunità non riusciamo più a staccarci da
loro, li fotografiamo e loro ci baciano e ci abbracciano.
Proseguiamo il viaggio e, dopo l'esperienza dei pueblos jovenes
ci incontriamo con un gruppo di donne a Calapuja, un piccolissimo
paese non lontano dal lago Titicaca dove la tradizione quechua
si intreccia con la religione cristiana. Qui trascorriamo tre
nottate in assoluto silenzio, con la calma e la serenità
trasmessa dai racconti di una persona indimenticabile come don
Gianni..
Le donne che incontriamo lottano duramente ogni giorno per sopravvivere:
il loro sostentamento è dato dal duro lavoro dell'agricoltura
(ancora praticata a mano) durante il giorno, mentre la notte e
nel tempo libero confezionano maglioni, cappelli, sciarpe, guanti
in lana d'alpaca che poi cercano di vendere per mantenersi, far
studiare i loro figli e migliorare la loro qualità di vita.
A Cusco siamo ospitati presso il Caith, un progetto di casa-famiglia
che accoglie circa 40 bambine-lavoratrici. Vittoria, la "factotum"
del progetto, ci racconta che queste bambine provengono da esperienze
durissime di abbandoni, sfruttamenti, stupri, incesti; ci racconta
della realtà del Perù dove non c'è assistenza
sanitaria se non puoi pagare, dove tante volte il suicidio, presso
il popolo quechua, è l'unica soluzione ai problemi quotidiani.
Le bambine accolte nel centro vengono fatte studiare o mandate
a lavorare come lavoratrici domestiche, ma soprattutto sono accettate
come persone, chiamate per nome, ascoltate e assistite; acquistano
insomma una loro dignità e tanto affetto.
Gli ultimi due progetti che conosciamo sono a Lima: la Tablada
e il pueblo jovene di Los Angeles.
Alla Tablada, un distretto di Lima di circa 50.000 abitanti (una
nostra cittadina di provincia insomma) visitiamo la casa delle
bambine, l'"hogar", che accoglie le bambine affidate
dal tribunale, le fa studiare, oppure aiuta le famiglie, e in
particolar modo le mamme, cercando loro un lavoro. E' incredibile
vedere la felicità di queste bambine, soprattutto sapendo
le esperienze angosciose che anche in questo caso hanno alle spalle.
Si rimane ammutoliti nel sentire lo loro storie e nel vedere la
determinazione delle persone che lottano quotidianamente con loro.
L'ultimo incontro, prima della nostra partenza, è con
le donne del pueblo jovene di Los Angeles. I pueblos jovenes raccolgono
circa la metà della popolazione di Lima, arrivata dalla
sierra e dalla selva negli anni '80-'90 durante la guerra civile
tra i militari e Sendero Luminoso. Anche qui le condizioni di
vita sono di estremo degrado fisico e psicologico con abitazioni
costruite in cartone e lamiera.
Le donne che incontriamo provengono dalla zona di Ayacucho; i
loro figli sono già nati nel pueblo jovine e non hanno
mai visitato le zone delle loro origini; per mantenere vivo il
ricordo e le tradizioni disegnano bigliettini che riproducono
quei luoghi attraverso i racconti delle loro madri.
Le madri fanno lavori a maglia o di cucito che servono per mantenere
il legame storico con il loro passato. Sono arrivate a Lima nel
1981 per la violenza politica; non c'era acqua né luce,
era un deserto; tutte si sono portate dietro un ricordo doloroso
per la perdita di un parente. Inizialmente li ha aiutati la parrocchia;
ora sono in condizioni migliori rispetto all'inizio perché
ci sono le strade, l'acqua, la luce e, in alcuni casi, le fognature.
E' stato molto difficile perché non conoscevano lo spagnolo
e non trovavano lavoro. Non c'era nemmeno il "comador",
cioè la cucina comune dove chiunque può mangiare
per un prezzo veramente modico. E' questa una tradizione diffusa
in tutto il Perù; si conta che ce ne siano 20.000 in tutto
il Paese. C'era anche molta diffidenza tra di loro per paura di
tradimenti e perché provenivano da comunità diverse.
Poco per volta si sono organizzate ricevendo l'aiuto di una istituzione
statale rivolto soprattutto ai bambini.
La prima necessità è stata quella di trovare un
posto per riunirsi, poi hanno iniziato a fare dei lavori che riproducevano
la loro vita, i loro diritti, i loro cari defunti; in seguito
hanno cercato di rappresentare il presente per vedere l'aspetto
positivo della loro vita. Con i soldi guadagnati da questi lavori
e con il lavoro dei mariti, soprattutto muratori, hanno costruito
un nuovo locale per riunirsi e raccontare le loro storie, piangere,
ballare, ridere. E' insomma la casa della comunità.
Adesso stanno facendo attività per raccogliere fondi e
costruire il tetto alla casa della comunità. I giovani
si stanno impegnando ad aiutare la comunità e vorrebbero
formare una biblioteca; per questo disegnano e vendono bigliettini.
Ci colpisce la grande dignità di queste persone che hanno
perso tutto, ma non la voglia di vivere, sperare e lottare per
uscire dalla loro condizione. Forse i giovani riusciranno ad andare
via e crearsi una nuova vita perché qui la situazione è
quasi certamente senza via d'uscita dato che i politici non prendono
alcun provvedimento per risarcire i rifugiati.
Ce ne andiamo con un altro pezzettino del "puzzle Perù"
completato. Le donne di Los Angeles non finiscono più di
ringraziarci per la nostra visita e ci chiedono accoratamente
di non dimenticarci di loro, di parlare di loro con i nostri amici
perché i loro progetti possano essere completati.
Ce ne andiamo avendo conosciuto non solo l'aspetto turistico e
consumistico del Perù, ma soprattutto la tragedia e il
grande carico di sofferenza patiti da tanti uomini, donne e bambini
che hanno perso tutto e cercano di non vivere più di ricordi,
ma di speranza per ricostruire e ricostruirsi con dignità,
per dare un futuro ai loro figli.
Questo viaggio è stata per me la prima esperienza di
turismo responsabile. Le aspettative erano tante, ma sono state
ampiamente superate. E' stata sicuramente l'occasione per rendermi
consapevole di come si possa viaggiare senza "sfruttare"
il Paese in cui si va, ma avvicinandosi ad esso "in punta
di piedi", con reali possibilità di incontro e scambio
con la popolazione locale. Troppo spesso i viaggi (soprattutto
nei Paesi più poveri del mondo) sono fatti di esperienze
frettolose ed artefatte del turista-consumatore che incrementa
il consumismo delle multinazionali; le comunità locali
hanno poca voce in capitolo per decidere sul turismo nel proprio
territorio.
Sono tornata da questo viaggio con molte più domande e
curiosità di quando sono partita e per questo ritengo che
mi abbia veramente "fatto crescere".
Non è poi da sottovalutare il fatto che tutte le spese
sostenute sono "trasparenti", per sapere quale percentuale
del prezzo finale rimane alle comunità ospitanti.
Nadia - 2005