PERU’:
DONNE E BAMBINI RI-COSTRUISCONO IL LORO FUTURO .
di Margherita Moles
Un recente viaggio in Perù, nell’estate scorsa, all’interno
di un programma di Turismo Responsabile e Solidale (TURESOL), ci
ha consentito di conoscere un Paese sicuramente mitico e lontano,
ma anche immerso in grandi categorie dell’immaginario, quali
Terzo Mondo e America Latina, che spesso generalizzano troppo la
realtà. Abbiamo avvicinato alcune esperienze della cooperazione
e del volontariato laico e cattolico, attraverso le quali siamo
entrati dentro i problemi reali e nei modi per affrontarli, che
qui costituiscono oggetto di riflessione e dibattito critico. Da
Pamplona, un quartiere della periferia di Lima, comincia la nostra
esplorazione umana del Perù, incontrando bambini e bambine,
adolescenti, donne e animatori e ascoltando le loro storie.
Pamplona (Lima)
Ricostruire una nuova identità, contro lo
sradicamento
Pamplona è uno dei "pueblos jovanes"
di Lima, baraccopoli ai margini della capitale, dove REDINFA (l’associazione
peruviana che ha ideato il progetto TURESOL) realizza attività
di animazione e di promozione della salute mentale. L’arrivo
al barrio dà subito l’impressione di trovarsi ai confini
del mondo: su una collina, fatta di sabbia, argilla, massi enormi
che sembrano in procinto di cadere da un momento all’altro,
una miriade di baracche, casupole di lamiera, qualcuna in cemento,
altre con fogne a cielo aperto e poi bambini e bambine, cani, rumori,
odori, un universo che lascia ammutoliti: qui abitano quasi trecentomila
persone. Sono gli sfollati che provengono dalla sierra o dalla selva
che, accolti con diffidenza da altri sradicati come loro, hanno
dovuto presto dimenticare le loro origini, la loro cultura e inventarsi
un lavoro, oppure aggregarsi a qualche banda o provare la scorciatoia
dello spaccio, con tutte le prevedibili conseguenze.
E’ qui che siamo arrivati: una baracca con
due locali fatiscenti e dentro un gruppo di adolescenti e delle
donne e, ancora, molti bambini. Ci aspettavano. Li abbiamo ascoltati
presentarsi e raccontarci del loro lavoro, ci hanno parlato dei
loro desideri, del futuro che hanno voglia di costruire, della felicità
che qualcuno sia venuto a trovarli, e poi ci hanno mostrato i loro
prodotti, che vendono. Le donne costruiscono dei grandi pannelli
di stoffa, le "arpilleras", belli e coloratissimi; le
ragazze dei biglietti augurali, decorati con una tecnica molto raffinata
di collage. Ma la cosa che più ci ha sorpreso è stato
il contenuto di questi lavori. Raccontano pezzi della loro tradizione,
il matrimonio, il lavoro, le feste, su nella selva o nella sierra.
Insomma quel lavoro non è solo un modo per guadagnare qualcosa.
E’ il tentativo di non dimenticare, di comunicare pezzi di
una cultura sedimentata attraverso la sapienza di generazioni, nella
dimensione di un laboratorio che diventa esso stesso esperienza
collettiva: ricostruire dove la realtà vorrebbe disgregare.
Così abbiamo conversato, osservato, acquistato qualche oggetto.
Il loro valore non è solo estetico. Abbiamo portato con noi
la loro fatica, la loro fantasia, i loro sogni.
LIMA, SICUANI, ICA
Dove i bambini- lavoratori diventano soggetti sociali
In tre occasioni abbiamo incontrato gruppi di bambini
e ragazzi lavoratori. A Lima -- e precisamente una delle esperienze
qui condotte da MANTHOC --, a Ica, mille chilometri a Sud di Lima,
sulla costa, dove opera un gruppo associato ai NATs, e a Sicuani,
all’interno, nella zona andina meridionale, in un’attività
promossa da REDINFA. Diverse le esperienze, anche se il problema
rimane lo stesso.
In Perù i bambini -- tutti i bambini e le
bambine in certe zone -- normalmente lavorano. Sono forza lavoro
insostituibile e aiutano ad integrare il reddito, quando la somma
complessiva che tutti i membri di una famiglia riescono a racimolare
serve appena alla sopravvivenza. Ovviamente la situazione dei bambini
lavoratori è molto differenziata: dalla bambina di tre anni
che, collocata davanti alla bancarella della madre con in braccio
un cucciolo di lama, serve ad adescare il turista, ai numerosi lustrascarpe,
dai pelatori di patate ai piccoli contadini e pastori, dalle bambine
lavoratrici domestiche agli strilloni che al volo salgono e scendono
dagli autobus. Le condizioni di lavoro sono spesso pesanti, le forme
di tutela inesistenti, il compenso quasi sempre irrisorio.
Un’altra dimensione, consapevole
Questa realtà ci ha costretto ad un salto
culturale. Qui non si può semplicemente gridare che i bambini
non devono lavorare, qui si impara che si possono percorrere altre
strade. Le esperienze che abbiamo incontrato, alcune cattoliche,
altre laiche, partono da questi presupposti:
a) è giusto che i bambini e i ragazzi possano
lavorare e contribuire al reddito famigliare;
b)occorre offrire loro spazi ed occasioni perché possano
organizzarsi e negoziare tempi, salari e condizioni di lavoro migliori;
c) occorre aiutarli a costruirsi delle vere e proprie organizzazioni
a molti livelli (locale, regionale, nazionale), esprimendo delegati,
rappresentanti che mettano a punto precise piattaforme rivendicative;
d) gli si deve insegnare a negoziare con i loro genitori, affinché
il contributo economico che essi portano sia utilizzato prioritariamente
per la loro istruzione.
Li abbiamo incontrati. Ci hanno parlato di sé,
dei loro problemi, del come sono organizzati, del che cosa vogliono
e del come si stanno muovendo. Ebbene, siamo rimasti un po’
sconvolti per la loro maturità, la capacità di analisi
della propria situazione, la elaborazione di strategie di intervento,
l’efficacia comunicativa. Non sembravano appartenere a ragazzi
adolescenti le moltissime esperienze di cui ci raccontavano: occupazioni
di piazze, interviste in televisione, incontri coi politici, mediazioni
con le famiglie, contrattazione su singoli e specifici problemi.
Ma dove siamo capitati, continuavamo a chiederci. E ancora più
disorientati eravamo, quando, passati alle domande, ci sentivamo
rispondere in modo preciso, circostanziato, con grande competenza
e senza un briciolo di timidezza e di retorica. Alla fine ce ne
andavamo un po’ spaesati, sconcertati nel confronto con i
giovani italiani che conosciamo, ma in un certo senso anche pieni
di speranze per il futuro di quel Paese che può contare già
da ora sull’energia, sulla consapevolezza e sulle competenze
sociali di questi bambini, adolescenti, giovani, ragazzi e ragazze.
CALAPUJA
Dove le donne fanno comunità sulla sierra
Calapuja è un piccolo paese sulla sierra,
a 3850 metri s.l.m., sul percorso che dal lago Titicaca porta alla
leggendaria Cusco, in mezzo ad una distesa infinita di altipiani.
La gente è dispersa sulla sierra sconfinata: 500 persone
nel piccolo centro e 15mila disseminate sull’altopiano, dove
vive in case isolate o a piccoli agglomerati, persone abituate a
lottare per la sopravvivenza, che dipende da 12 ore di lavoro al
giorno per tutti, dai bambini ai vecchi, per strappare un po’
di sostentamento e un vestito da indossare, indispensabile, quando
nella notte la temperatura scende di molti gradi sotto lo zero.
Eppure qui qualcosa, molto si sta muovendo. Così
un gruppo di donne "di lana, tessuti e colori", come si
definiscono in un volantino di autopresentazione, ha cominciato
ad organizzarsi. Si trovano ogni giorno sul piccolo sagrato della
Chiesa: noi le abbiamo viste arrivare alla spicciolata, dopo che
avevano già portato gli animali al pascolo e avevano mandato
i figli a scuola. Molte avevano sulle spalle un fagotto con dentro
un bambino di pochi mesi. Avevano con sé i ferri del mestiere,
si sono sedute ed hanno cominciato a lavorare: si sono specializzate
nella produzione di piccoli indumenti di lana, cappelli, sciarpe,
calze, guanti, maglioni. Ad un tratto un bambino ha cominciato a
piangere: allora la madre si è messa ad allattarlo, quasi
senza interrompere il lavoro. Conversavano, cucivano, allattavano,
come se tutto fosse assolutamente normale. E in questa forma di
socializzazione, per nulla costruita, molto naturale, quel gruppo
di circa 20 donne ha trovato la forza di progettare un pezzo di
futuro: chiedono che i loro lavori siano valorizzati, di potere
avere una sede dove incontrarsi, di potere disporre di telai per
tessere; dichiarano il bisogno e il diritto di sognare un domani
migliore per sé e le proprie famiglie, credono che si possano
creare le condizioni per impedire che i propri ragazzi, diventati
adolescenti, un giorno salgano su un pullman e spariscano, attratti
dal sogno amaro e senza speranza della grande metropoli.
Ci sorridiamo, diciamo poche parole. La nostra
comunicazione è fatta soprattutto di sguardi, di stupore
ed ammirazione. Le lasciamo, intuendo che il loro sogno è
difficile, ma molto, molto concreto e sta già dando i primi
frutti.

L'articolo di Margherita Moles è apparso sul
numero di novembre 2003 del mensile di MANITESE.
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