DAL BENIN ARTICOLO DI MILENA NEBBIA 28 AGOSTO 2019

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AFRICA, PRENDERSI IL FUTURO

 

In Benin il vertice del MAEJT,

il Movimento africano dei bambini e dei giovani lavoratori, per combattere il lavoro minorile

Emili viene dal Burkina Faso, ha quindici anni, da quando ne aveva dodici l’hanno messa a rompere il granito nelle cave e a trasportare le pietre per asfaltare e strade. Issah, viene dal Mali, ha tredici anni e da cinque fa i carpentiere. Mabinzi, Centrafrica, 16 anni, ha subito ripetutamente molestie sessuali dai ragazzi de suo villaggio.

 Queste sono solo alcune delle storie dei bambini lavoratori africani che sono

riusciti a dare una svolta alla loro vita e a trovare i coraggio per denunciare il

loro sfruttamento grazie al MAEJT, il Movimento africano dei bambini e dei

giovani lavoratori che ha festeggiato a Cotonou, in Benin, i 25 anni dalla

fondazione dal 18 a 24 luglio.

Non si è trattato di uno dei consueti incontri celebrativi fatti di discorsi e

autocompiacimento, ma una sorta di training residenziale della durata di

una settimana nel corso del quale i giovanissimi delegati dell’associazione di

26 paesi africani hanno appreso, attraverso workshops, giochi e simulazioni

le modalità di esprimere al meglio le problematiche che li riguardano

attraverso i riconoscimento dei propri diritti.

Già dai primi anni ’90 (nel 1994, in Costa d’Avorio, il primo incontro di bambini e giovani provenienti da quattro paesi, nel corso del quale sono stati individuati molti problemi che hanno trovato la loro sintesi nei 12 diritti che costituiscono la piattaforma delle azioni concrete dei membri delle associazioni  del Movimento, tra cui leggere e scrivere, esprimersi, insegnamento di un mestiere, giocare e avere tempo libero, assistenza sanitaria, riposarsi quando si è malati, stare nel villaggio, avere un lavoro leggero e limitato…) il MAEJT ha coordinato molti gruppi di bambini e giovani con il supporto di ENDA Tiers Monde Jeunesse-Action, servizi pubblici specializzati nel campo dell’infanzia, associazioni religiose e di beneficenza e ONG.

Ora è presente in 27 paesi africani e alla fine del 2018 contava 1.097.799 membri e simpatizzanti fra cui 333.002 soci effettivi , raggruppati in 4693 gruppi di base federati in 415 associazioni. La maggioranza dei soci (73.8%) è rappresentata da bambini (sotto i 18 anni) mentre il 58% dei soci è rappresentato da bambine.

Un importante passaggio si è avuto nel 2000, a Bamako, in Mali, in quell’occasione, mentre si discuteva la questione dell’effettiva partecipazione dei bambini, dello sviluppo delle attività generatrici di reddito, del come combattere meglio la povertà, del traffico di bambini e della protezione dei bambini migranti, si è aperto un dialogo con le autorità, in primo luogo con il presidente ECOWAS, la Comunità degli stati dell’Africa occidentale e con  molti ministri di altri paesi.

Nel ratificare la Convenzione dei diritti del bambino (Convention of the rights of the Child CRC) e la Carta africana dei diritti della protezione del Bambino (African Charter on the rights and welfare of the child ACRWC), il continente sta entrando, un po’ alla volta, in un’era di riconoscimento dei diritti dei bambini. Fra i principi chiave del CRC c’è il diritto alla partecipazione.

Questa partecipazione ad alto impatto passa inevitabilmente attraverso la vita associativa dei bambini con la creazione e il rafforzamento delle associazioni e della rete di associazioni dei bambini e dei giovani.

Ed è questa la novità rivoluzionaria del MAEJT: dare voce ai bambini, permettere loro di essere beneficiari, ma anche attori in prima persona. Nelle città, nei villaggi, organizzati in gruppi di base, ciascun bambino e giovane lavoratore porta avanti delle azioni per migliorare la situazione sia dei membri che degli altri bambini per fare in modo che anche gli altri coetanei facciano progressi attraverso la negoziazione della disponibilità nelle classi nelle scuole serali e l’accesso ai centri sanitari, esercitando anche attività di vigilanza in qualsiasi momento sui bambini in mobilità, aumentando le attività ricreative e il tempo libero e diminuendo le ore di lavoro.

In media il MAEJT genera e mobilita l’80% delle sue risorse a livello nazionale in contanti (54%) e in natura (26%). Da notare il contributo del lavoro volontario svolto dagli stessi membri. Il restante 20% del budget è fornito dal MAEJT e gestito dall’associazione Enda TM.

Altre organizzazioni che sostengono l’associazione internazionale con base a Dakar , nata a sud per servire la gente del sud dal 1978, sono Oak Foundation, Save the children, Terre des hommes, l‘italiana Little Hands e alcune agenzie delle Nazioni Unite.

Shazmin, 14 anni, della Tanzania, una leader nata, racconta che nei loro gruppi di base cucinano per i bambini di strada, poi cercano di coinvolgerli nelle loro attività, anche minime, pur di toglierli dallo stato di totale abbandono. Numena, 16 anni, del Madagascar, dice che da loro i bambini lavorano, sia prima che dopo la scuola, ma attraverso i gruppi di base hanno preso coscienza dei loro diritti, naturalmente facendo un passaggio necessario di sensibilizzazione attraverso le  famiglie, quando ci sono.

Berdardin Bonou, storico presidente dell’associazione, a suo tempo bambino lavoratore, sottolinea l’importanza di ottenere l’adesione di tutti i paesi africani – ora sono 27 su 54 – per creare un’unione dei bambini africani, un organismo ufficiale che si rapporti direttamente con le autorità.

Aimé Bada, coordinatore regionale dell’associazione Enda Jeunesse Action, afferma che i loro bambini sono attori nella loro comunità Si esprimono in modo semplice, ma le loro parole hanno un peso, le autorità pensano: “Oh, sono i nostri bambini, abbiamo il dovere di aiutarli”.

Intanto in Benin, dove si è svolta l’assemblea del Movimento, è tornata una relativa calma, dopo i disordini seguiti alle elezioni dei primi di maggio, che hanno visto una scarsissima partecipazione popolare a causa del fatto che i principali partiti di opposizione hanno chiesto ai loro sostenitori di boicottare il voto, al quale non hanno voluto partecipare per motivi amministrativi. Sotto accusa è stato messo il nuovo codice elettorale approvato peraltro dal parlamento alla fine del 2018 per semplificare il panorama politico e prevenire la proliferazione dei partiti (oltre 250 in un paese di 12 milioni di abitanti).

Secondo l’opposizione, il presidente Patrice Talon ha fatto approvare la “Carta dei partiti politici” che ha fissato una serie di norme che hanno, in pratica, impedito di far conoscere i loro programmi politici ed i loro candidati. La Chiesa cattolica ha sottolineato come il Benin sia stato il primo paese dell’Africa francofona che si è avviato al sistema democratico e che negli ultimi anni, con il governo Talon, ricco imprenditore beninese, sospettato di voler ritornare al partito unico che ha governato il paese negli anni ’60 e accusato di avere una politica repressiva e autoritaria, c’è la possibilità che questo paese veda svanire le conquiste sociali e politiche ottenute negli ultimi trent’anni.

“La situazione nel paese è relativamente tranquilla”, ha dichiarato il padre comboniano Elio Boscaini, dopo la tensione nel paese con migliaia di arresti ai danni di migranti politici, giornalisti e alla repressione delle pacifiche manifestazioni di protesta, stia esasperando gli animi e facendo salire la tensione,  la Chiesa considera la pace nel paese un fiore fragile e si augura il ristabilimento di una pacifica convivenza tra le parti.

Stando alle ultime notizie, tratte dal sito www.banouto.info,  per arrivare al superamento della crisi post elettorale il presidente Talon intende avviare un dialogo politico con l’opposizione , ma questa si dice disponibile ad alcune condizioni: il ritorno degli esiliati politici, la liberazione dei detenuti politici e la ripresa delle elezioni. La situazione per ora resta in stand by.

In ogni caso, nel 2016, prima ancora che fosse eletto Talon,  il governo del Benin ha istituito un Piano d’azione (PAG) che, attraverso alcuni suoi assi strategici, mira a rafforzare i servizi sociali di base e la protezione sociale. Fin dalla sua attuazione, iniziata con il presidente precedente, gli sforzi sono stati  notevoli attraverso la lotta contro il lavoro minorile, i matrimoni forzati e precoci, mantenendo i bambini a scuola attraverso il programma di mensa scolastica  (programmi di alimentazione), il rafforzamento della qualità della formazione e della qualifica professionale con certificati di qualificazione al commercio (CQT) e il certificato di qualifica professionale (CQP).

Nadege Ahoga, capo del servizio di promozione della famiglia presso il Ministero della protezione dell’infanzia del Benin, conferma gli sforzi fatti: “Già dal 2016 il Benin ha preso la protezione dell’infanzia come obiettivo, prima ancora che Talon fosse eletto. Uno dei maggiori problemi che riscontro è la violenza nei confronti dei bambini in famiglia, a scuola, nella comunità, sia verbale che fisica”.

Il MAEJT ha dunque colto l’occasione del suo 25 anniversario per dare voce ai bambini e ai giovani dell’Africa in difesa dei loro diritti. E l’obiettivo generale è incoraggiare, attraverso un lavoro di advocacy,  il rinnovo dell’impegno delle autorità nazionali, dei paesi membri dell’ECOWAS e dell’Unione africana per la loro realizzazione.

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