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LA POPOLAZIONE CUBANA IN SITUAZIONE DI EMERGENZA

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25 Febbraio 2026  Articolo di Silvia Blanco apparso sul giornale spagnolo El Pais

L’AVANA – Nell’Avana dell’asfissia petrolifera imposta dagli Stati Uniti la giornata inizia con l’odore della spazzatura che brucia per strada. Sul Malecón, affacciato su un mare senza navi, passano pochissime auto e la gente cammina in silenzio. Ogni giorno, la maggior parte dei cubani esce di casa per andare a inventar – cercare ogni mezzo per sopravvivere nelle condizioni estreme che sopportano da anni – e da tre settimane, da quando il presidente americano Donald Trump ha minacciato di imporre dazi su chiunque fornisca carburante a Cuba, anche per aspettare.

Prendere un taxi all’Avana oggi è un’impresa difficile, e si fa più complicata e più costosa man mano che i tassisti esauriscono la benzina, che riescono a ottenere soltanto razionata. Lo stesso vale per gli almendròn (vecchie autovetture adibite al trasporto collettivo), le gacela (i minibus gialli del governo), i cocotaxi (mototaxi con un guscio a forma di noce di cocco), i bicitaxi (risciò a pedali con tettuccio per due passeggeri), le moto, i veicoli elettrici a tre ruote e persino le carrozze trainate da cavalli. Prendere un mezzo che permetta di andare al lavoro, tornare a casa, andare dal medico o a un appuntamento significa camminare per chilometri o unirsi ai gruppi di persone che aspettano per un tempo indeterminato.

I cubani aspettano un mezzo di trasporto e qualcosa da mangiare ogni giorno, prigionieri in un groviglio di ostacoli che gli impediscono di trovare, per esempio, del pollo a un prezzo accettabile, perché i rincari sono sconsiderati. Ma aspettano anche che si arrivi da qualche parte, che succeda qualcosa, che ci sia un cambiamento – anche uno qualsiasi – perché inizia a farsi strada l’idea che questa crisi abbia qualcosa di irreversibile. «I vecchi dicono che una cosa così a Cuba non si era mai vista», dice una ragazza di vent’anni. «Se quello che viene è anche solo il cinque per cento migliore sarà già qualcosa».

Ci sono pochissime informazioni su quanto accade. Non c’è conferma ufficiale di trattative in corso con gli Stati Uniti, e, se ci sono, nessuno sa quali condizioni stanno negoziando. E non sa, nel caso in cui il petrolio non arrivi, se Cuba dovrà affrontare una crisi umanitaria, un cambio di regime, una transizione graduale o un intervento straniero.

Molti tra coloro che lavorano nei settori che hanno subito per primi i contraccolpi di questa situazione, insolita persino per gli standard cubani, oltre a una rabbia enorme nei confronti del governo hanno una parola sulle labbra: cambiamento. Non è un’idea come un’altra in un regime che è al potere da 67 anni, e pronunciarla comporta rischi. È la ragione per cui in questo reportage non compaiono i veri nomi delle persone intervistate.

«Deve esserci un cambiamento», dice un venditore nel capannone industriale che ospita il Mercato dell’artigianato, una struttura pensata per accogliere i passeggeri delle crociere, non per avere più bancarelle che compratori come è successo questa settimana. «Sento che siamo arrivati alla fine del film: il Paese è fermo, non possiamo andare avanti così», dice un autista in affanno perché deve razionare i venti litri di benzina assegnati.

Da anni i cubani affrontano una crisi dopo l’altra. È una traiettoria in caduta costante, l’impoverimento viene normalizzato. Cuba è un posto in cui se entri in una farmacia del centro dell’Avana chiedendo dell’ibuprofene vedi gli scaffali vuoti: non c’è niente, nemmeno i cerotti, solo erbe per le tisane. Un posto in cui si fanno ore di coda per prelevare contante dagli sportelli bancari, colpiti dai blackout, dalla sfiducia e dalla carenza di banconote.

Anche il Popolo etiopico il 19 febbraio celebra il suo Giorno della Memoria

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Negazionismo: anche l’Etiopia ha il suo ‘Giorno del Ricordo’, ma l’Italia fa finta di niente

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Il 19-20 e 21 febbraio 1937, furono massacrati più di 30.000 cittadini etiopi, quasi tutti civili, anziani, donne, bambini e mendicanti. ASCOLTA L’INTERVISTA CON GABRIELLA GHERMANDI

La data del 19 febbraio per il  popolo, quello etiopico il “Giorno della Memoria” per ricordare le atrocità terribili  commesse  durante il periodo dell’aggressione e poi dell’occupazione – fra il 1935 ed il 1941 – da parte dell’Italia fascista. Una giornata che è stata assunta a simbolo di tutti quegli anni in cui gli etiopi dovettero subire sofferenze, sacrifici e lutti indimenticabili.

30 mila almeno furono le vittime in soli tre giorni come rappresaglia per l’attentato compiuto contro il viceré Rodolfo Graziani ed altri gerarchi del suo seguito nella città di Addis Abeba.

Una giornata dunque tragica, che oltre ad essere ricordata in Etiopia, viene celebrata nelle maggiori città del mondo dove sono presenti e vivono numerosi cittadini della diaspora etiopica.

Ascolta il pezzo radiofonico
https://www.controradio.it/negazionismo-anche-letiopia-ha-il-suo-giorno-del-ricordo-ma-litalia-fa-finta-di-niente/

GABRIELLA GHERMANDI è una musicista e scrittrice di origine etiope

 

I Cambiamenti climatici in Africa

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Le cascate Victoria potrebbero prosciugarsi?

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Gli effetti della grave siccità e dei cambiamenti climatici stanno avendo un impatto fortissimo su una delle grandi meraviglie naturali del mondo, le Cascate Vittoria al confine tra lo Zimbabwe e lo Zambia..

I Ricercatori ed i Responsabili del Ministero dell'Ambiente dello Zimbabwe affermano che il flusso medio delle cascate nel 2019 è diminuito di quasi il 50% I periodi di calo della portata del fiume Zambesi che alimenta le Cascate Vittoria  stanno diventando più frequenti ...   Il timore è che già nel 2020 ci siano periodi dove le Cascate resteranno completamente senz'acqua

https://www.bbc.com/news/av/science-environment-50549711/could-victoria-falls-dry-up

L'economia della solidarietà

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La forza della solidarietà (600 x 287).jpg

Simulazioni al computer dimostrano che nella lotta darwiniana per la sopravvivenza, la cooperazione può risultare favorita nei confronti della competizione  (articolo apparso su Le Scienze n. 324)

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