Il lavoro dei bambini Un diritto. No, un abuso

Il . Inserito in Rassegna stampa

Dalla rivista "Altraeconomia" di giugno 2004. Andrea semplici intervista Aldo Prestipino.

Idee in movimento: INCONTRI MANCATI

Le posizioni inconciliabili di Nats e Global March.Strano e difficile il destino dei bambini lavoratori. Sono milioni in tutti il mondo (ma non esiste nessun accordo sulle stime e sulle ricerche. Nemmeno sui censimenti italiani vi è una possibile
intesa sui dati che se ne ricavano), sono bambini che affrontano una vita di povertà. Alcuni cercano di ribellarsi, ma, di fronte a un fenomeno così immenso e diffuso, le politiche sociali internazionali si dividono e si consumano
in polemiche aspre incapaci di trovare dialogo e alleanze.
In questa primavera due summit mondiali si sono confrontati a distanza senza aver trovato una sola sede comune: a Berlino, a fine aprile, si sono riuniti i Nats, il movimento internazionale dei bambini e degli adolescenti lavoratori;
a Firenze, a maggio, si è svolto il primo congresso mondiale della Global March.
Nats e Global March hanno strategie opposte nella sfida contro il lavoro minorile. Due slogan si contrappongono: “I bambini a studiare, gli adulti a lavorare”, hanno spiegato a Firenze. “Convivere con il lavoro minorile, renderlo dignitoso
e tutelato”, hanno replicato i Nats dalla Germania. Global March è abolizionista: “Il lavoro minorile, al di sotto dei 14 anni, deve essere cancellato”. I Nats ribattono: “Siamo contrari all’abolizione totale del lavoro dei bambini.
È un’utopia velleitaria che non tiene conto delle realtà locali del Sud del mondo”. Parole d’ordine inconciliabili? Osservati dal corridoio dei due incontri sembra proprio di sì: le divergenze prevalgono sulle affinità, i disaccordi sull’obiettivo
comune di combattere i lavori dannosi, sfruttati e pericolosi.
A volte affiora la sensazione che se i bambini avessero davvero la possibilità di far ascoltare la loro voce sulla scena internazionale, sarebbero più ragionevoli degli adulti. Altreconomia (e bisogna pur dire che fra gli editori di questa
rivista vi sono tre associazioni -Equomercato, Roba dell’altro Mondo, Ctm- che hanno contribuito a fondare ItaliaNats) mette a confronto le diverse posizioni di chi si batte sul campo del lavoro minorile.
Bisogna abolire il lavoro minori le o riconoscerne la dignità? Le idee - agli antipodi - delle due organizzazioni hanno preso forma in altrettanti summit mondiali a Berlino e Firenze. E le divergenze hanno prevalso.

di ANDREA SEMPLICI

L'abolizionismo non risolve nulla

Andrea Semplici intervista Aldo prestipino

Aldo Prestipino, presidente di Asoc, Associazione solidarietà e cooperazione di Vicenza, è anche Presidente di ItaliaNats.
Abolire il lavoro minorile o riconoscerlo e dargli dignità? Non deve essere facile, in Italia, sostenere che un ragazzino può
lavorare e che gli devono essere riconosciuti
diritti e tutele al pari di un adulto.

ItaliaNats è nata per questo. Chi si occupa di cooperazione conosce i movimenti dei bambini, nati in America Latina e poi diffusisi in Africa e Asia, che si battono per la dignità del lavoro minorile. Sono stati questi movimenti, i Nats, i bambini e adolescenti lavoratori, a chiederci di essere portavoce di ragazzi che credono nella necessità
di convivere con il lavoro minorile.

Cosa vuol dire?

Chi ha scelto una linea abolizionista del lavoro minorile fa confusione: mette sullo stesso piano situazioni illegali, i crimini compiuti contro i bambini e il loro sfruttamento
e il fenomeno reale di un lavoro che, nel mondo, è una strategia di sopravvivenza per milioni di bambini ed adolescenti.

Lei crede nella cifra di 246 milioni di bambini al di sotto dei 14 anni costretti a lavori dannosi, pericolosi e sfruttati?

Spesso mangio in una pizzeria poco distante da casa mia, qui a Vicenza: i figli del proprietario escono da scuola, entrano in
negozio, appoggiano la cartella su una sedia, mangiano anche loro e poi cominciano a sparecchiare i tavoli e a dare una mano. Questo fenomeno è diffuso ovunque. Nei
Paesi in cui l’economia informale è l’unico reddito per l’80% della popolazione, il lavoro dei bambini a sostegno delle famiglie è la normalità. Non è possibile paragonare
questo lavoro con i crimini di arruolamento forzato, riduzione in schiavitù o prostituzione. E nemmeno con i bambini costretti a lavori dannosi per la loro integrità fisica e psichica. Le cifre assolute e immense non aiutano a capire la complessità e la qualità del fenomeno.

Ma anche in Italia, la Cgil parla di 400 mila bambini
costretti al lavoro. Vorrebbe dire quasi un bambino ogni dieci.

Non è credibile, si vedrebbero. La confusione è che si mettono assieme situazioni troppo diverse fra di loro.
Sono andato in una scuola media di Schio, Nord-Est profondo, terra ricca, e ho chiesto ai ragazzi quanti di loro facessero "lavoretti". Si sono alzate decine e decine di mani.
Qui in Veneto dieci ragazzi su cento, almeno in estate, lavorano: con i genitori, nel laboratorio o nel negozio di famiglia. Rientrano in quei 400 mila bambini sfruttati?
Sono davvero cifre che non aiutano a capire il fenomeno.

Convenzioni internazionali hanno messo fuorilegge il lavoro minorile sotto i 15 anni. Nei Paesi poveri questo limite è stato abbassato a 14 anni. Cosa ne pensate?

Che queste leggi sono rimaste sulla carta: non hanno risolto il problema. Anzi: in alcuni casi le condizioni dei bambini sono peggiorate. Scacciati da una fabbrica o da una piazza dove vendevano lecca-lecca, sono piombati in lavori ancora peggiori, illegali, privi di ogni tutela. Quando in India, a
Nagerpeth, 104 bambini sono stati liberati dal loro lavoro di schiavi in una fabbrica di gioielli, non sono tornati a scuola, hanno cercato altri lavori, il più delle volte peggiori.

Cosa è possibile fare?

Una premessa: prima di ogni decisione è necessario ascoltare la voce dei protagonisti. Non possono essere solo gli adulti a scegliere cosa è giusto o non è giusto per i bambini. Hanno dignità e intelligenza: possono far sentire la loro voce. Possono creare sindacati e gruppi di pressione.
Mi sembra che chi crede solo nella cancellazione del lavoro minorile, rifiuta, in realtà, di sentire le idee e i progetti di ragazzi che già lavorano e sanno bene di cosa si sta
parlando.

I Nats non credono che sia stato giusto stabilire un’età minima di accesso al lavoro. È così?

È un argomento di discussione. Nelle famiglie rurali del Sud del mondo capita con frequenza che gli adulti per lunghi
periodi debbano andare lontano da casa a cercare lavoro. Rimangono i bambini: a loro, anche in età piccolissima, tocca badare alle galline o alle greggi. Questo lavoro impedisce o no una crescita sana e una vita decente? Io credo che nessuno possa ignorare i contesti sociali: se questo lavoro non mina alla radice il diritto dei bambini a essere tali, non possono esservi limiti di età messi in astratto, spesso
fissati dalla cultura occidentale ed europea.

I Nats rimproverano a Global March posizioni eurocentriche, ma, in realtà, questa organizzazione è nata in India.

È vero. Ma è altrettanto vero che in India ci sono altre realtà contrapposte a Global March. In più l’India è una società con
mille peculiarità: il sistema delle caste è radicato, spesso le famiglie pagano i loro debiti cedendo i propri figli come schiavi. Sono realtà da combattere. Ma nella stessa
India ci sono movimenti di bambini che hanno posizioni diverse da Global March. In America Latina il contesto ambientale è diverso: vi sono culture dove sono culture dove il lavoro fa parte della crescita dei ragazzi. Non esiste una soluzione unica al problema del lavoro minorile. Nessuno ha la bacchetta magica. Temiamo che la visione di Global March sia davvero eurocentrica.

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